
A Maranello settembre è stato un mese rumoroso. Lewis Hamilton ha chiuso sesto a Monza dopo una partenza complicata, poi a Madrid è finito contro le barriere nelle libere e si è ritirato in gara per un problema all’impianto frenante. Nel giro di pochi giorni sono uscite ricostruzioni di ogni tipo: la richiesta di cambiare alcune figure tecniche attorno alla sua monoposto, un rapporto con Frédéric Vasseur che non sarebbe più quello dei primi mesi, perfino un soprannome poco lusinghiero, “Napoleone”, che circolerebbe in fabbrica per il team principal. Hamilton ha smentito tutto sui social, ribadendo piena fiducia nelle persone che lavorano con lui.
Leo Turrini, che la Ferrari la racconta da una vita, prima di entrare nei retroscena parte da un dato che a Maranello pesa più di qualsiasi indiscrezione.
«Quando non vinci, e parlo della Ferrari ormai da vent’anni, è del tutto ovvio che ci sia un clima di frustrazione all’interno della scuderia, tra quanti, io compreso, vogliono bene alla Ferrari.»
L’ultimo titolo piloti risale al 2007 con Kimi Räikkönen, l’ultimo Mondiale costruttori al 2008. Le vittorie sono arrivate a sprazzi, comprese le due di questa stagione con Hamilton a Barcellona e Charles Leclerc a Silverstone. Un campionato vero, però, la Rossa non lo gioca da troppo tempo.
Una questione di metodo
Per Turrini il malumore del sette volte campione del mondo va inquadrato lì dentro. Leggerlo come il capriccio di una star gli sembra una scorciatoia.
«È un problema strutturale, un problema, come dico sempre io, di cultura del lavoro, di metodo, di organizzazione. Detto tutto questo, io non credo che Hamilton abbia chiesto di far rotolare delle teste. Penso però che se sei la Ferrari e ti metti in casa un sette volte campione del mondo, che ha stabilito tutti i record possibili e immaginabili in Formula 1, magari la sua opinione la devi ascoltare, o no?»
Non per vendere cappellini
Il ragionamento torna al giorno in cui Maranello annunciò l’ingaggio, nel febbraio del 2024. Hamilton arrivava da dodici stagioni alla Mercedes, sei titoli mondiali vinti a Brackley e un modo di lavorare costruito dentro la squadra che ha dominato l’era ibrida. Secondo Turrini era proprio quel bagaglio il motivo dell’operazione.
«Io devo supporre che se sei andato a prendere Lewis non è per vendere magliette e cappellini, per il fashion: immagino che chi ha deciso di ingaggiarlo lo abbia fatto partendo dal presupposto di mettersi in casa il background di uno che ha un’esperienza completamente diversa dalla nostra, che ha dei modelli di riferimento, dico proprio sul piano operativo e lavorativo, che potrebbero servire.»
Da qui la conclusione, detta con la franchezza che chi lo segue conosce bene.
«Se poi invece Hamilton non venisse ascoltato, non venisse preso in considerazione all’interno del reparto corse per le cose che dice, allora penso che scadremmo a livello di barzelletta: se l’hai preso, vorrei ascoltare quello che ha da dirti, o no?»
Difficile dargli torto. Hamilton ha 41 anni e sette titoli in bacheca: non ha niente da dimostrare a nessuno. Se alza la voce su come si lavora ai box, probabilmente è perché vede cose che in Mercedes non avrebbe tollerato. Il rischio, per la Ferrari, è archiviare tutto come lo sfogo di un campione nervoso e tornare alla routine di sempre. Resta da capire se a Maranello qualcuno abbia davvero voglia di sentirsi dire che il problema è in casa, e se per ascoltarlo servirà un’altra stagione senza titolo.
















