Basta alibi. Basta con il tempo da concedere, con la pazienza obbligatoria e con l’eterna ricostruzione che non arriva mai da nessuna parte.
Frédéric Vasseur è entrato a Maranello nel gennaio 2023. Da allora ogni fallimento della Ferrari è stato accompagnato dalla stessa colonna sonora: serve tempo, bisogna lasciarlo lavorare, gli uomini nuovi devono inserirsi, la struttura va completata, il progetto precedente era compromesso, il grande obiettivo è il 2026.
Ecco, il 2026 è arrivato.
La rivoluzione regolamentare che avrebbe dovuto azzerare le distanze si è trasformata nell’ennesima occasione perduta. Dopo quindici Gran Premi il conto delle vittorie dice 11-2 per la Mercedes. Kimi Antonelli, alla sua seconda stagione in Formula 1, comanda il Mondiale con 66 punti su George Russell e 103 sul primo dei ferraristi, Lewis Hamilton, terzo. La Ferrari è seconda tra i Costruttori ma soltanto perché McLaren e Red Bull hanno vissuto stagioni discontinue. Davanti c’è un muro di 160 punti, e non si sta avvicinando.
Il “massimo possibile” che condanna la Ferrari
Baku ha offerto la fotografia più impietosa della situazione. Charles Leclerc è partito dalla prima fila, alimentando per qualche ora l’ennesima illusione. In gara, però, la Ferrari è tornata al suo posto: superata al via da Oscar Piastri e poi dalle due Red Bull, indifesa sui rettilinei, ha chiuso quarta con il monegasco e sesta con Hamilton, senza mai avere il passo per restare agganciata ai primi.
A fine gara Vasseur l’ha messa così:
“Non possiamo essere soddisfatti del quarto e del sesto posto ma a Baku credo sia il massimo.”
Il problema è proprio quel “massimo”. Se il massimo della Ferrari è restare giù dal podio mentre la Mercedes vince e la Red Bull porta due macchine davanti, parlare di incidente di percorso non ha più senso: siamo davanti al verdetto sul progetto.
Se il limite è la macchina, significa che la struttura tecnica costruita sotto Vasseur non ha prodotto il risultato promesso. Se il limite è l’esecuzione, significa che la squadra diretta da Vasseur non riesce a sfruttare ciò che possiede. In entrambi i casi il team principal non può essere raccontato come un osservatore capitato per caso sulla scena del delitto.
Vasseur ha avuto tempo, risorse, un rinnovo pluriennale, la possibilità di ridisegnare l’organizzazione e due piloti come Hamilton e Leclerc. Ha potuto scegliere uomini, responsabilità e metodo di lavoro. La squadra ereditata da Mattia Binotto è un ricordo lontano: questa è, nel bene e soprattutto nel male, la Ferrari di Frédéric Vasseur.
Continuare a proteggerlo significa negare l’evidenza.
Basta usare Schumacher come alibi
Ogni volta che la pazienza comincia a esaurirsi viene riesumata la solita leggenda: anche Michael Schumacher impiegò cinque anni per conquistare il Mondiale con la Ferrari.
Vero, però solo sul calendario. In pista era un’altra storia.
Nel 1997 Schumacher arrivò all’ultima gara a giocarsi il titolo, e l’anno dopo andò allo stesso modo. Nel 1999 la Ferrari vinse il Mondiale Costruttori nonostante il grave incidente del tedesco a Silverstone. Prima del trionfo del 2000 c’erano già una squadra riconoscibile, una crescita evidente e una direzione precisa.
Si poteva perdere ma si capiva benissimo dove stesse andando la Ferrari.
Oggi si vedono soltanto lampi. La vittoria di Hamilton a Barcellona, quella di Leclerc a Silverstone, qualche qualifica sorprendente e poi il ritorno alla normalità: una monoposto fragile, incapace di esprimersi con continuità e costretta a rincorrere problemi diversi da una pista all’altra.
Più che una squadra che arriva a maturazione, sembra una squadra che ricomincia ogni volta da capo.
Hamilton, il campione utilizzato a metà
Poi c’è Hamilton, una gemma incastonata in una struttura che non sembra sapere cosa farsene.
La Ferrari ha compiuto uno degli investimenti sportivi e mediatici più importanti della propria storia, portando a Maranello un sette volte campione del mondo. Insieme al pilota è arrivato un uomo capace di raccontare dall’interno come funziona una squadra vincente.
Lewis è stato preso per cambiare la Ferrari, non per farsi assorbire.
E invece, davanti alle sue richieste, alle sue indicazioni e alla necessità di imprimere una gerarchia chiara, Maranello continua a offrire prudenza, diplomazia e mezze decisioni. Lewis non deve avere ragione su tutto, sia chiaro. Però acquistare la sua esperienza per poi diluirla nei compromessi è come comprare dinamite e lasciarla in magazzino.
Anche la convivenza con Leclerc è stata gestita con l’ossessione di non scontentare nessuno. Quando si lotta contro una squadra dominante, però, la parità assoluta può trasformarsi in immobilismo. La Mercedes ha un obiettivo, una struttura e una catena di comando leggibile. La Ferrari ha due fuoriclasse ma troppo spesso non sembra avere un’unica direzione.
Un team principal serve esattamente a questo: scegliere, decidere, togliere la squadra dalle ambiguità invece di limitarsi a gestirle.
Horner si offre, Vasseur si irrita
In questo vuoto si è infilato Christian Horner.
L’ex capo della Red Bull ha dichiarato che la Ferrari sarebbe l’unica squadra per la quale accetterebbe di tornare senza pretendere una partecipazione societaria. L’ha definita “il sogno” e il “gigante addormentato della Formula 1”.
Più di una dichiarazione d’amore, sembra una candidatura consegnata direttamente sulla scrivania di John Elkann.
Vasseur non l’ha presa bene:
“Mr Horner sta cercando lavoro, lo sanno tutti, ovunque.”
Il francese si è anche lamentato del fatto che metà delle domande che gli vengono rivolte riguardino ormai il suo futuro. Comprensibile sul piano umano, molto meno su quello sportivo. A Maranello la serenità arriva con i risultati, e di risultati se ne sono visti pochi.
Se un uomo che ha guidato la Red Bull per vent’anni, conquistando otto Mondiali Piloti e sei Costruttori, si dichiara disponibile mentre la Ferrari continua a perdere, le domande non sono un complotto: sono inevitabili. E la porta a Horner l’ha spalancata proprio la mancanza di risultati.
Horner non è un santo e di ombre ne ha parecchie. La sua avventura in Red Bull si è chiusa con il licenziamento dell’estate 2025, dopo anni di guerre interne e tensioni politiche. Alla Ferrari però non serve un santo, serve un capo che sappia vincere.
Horner conosce il potere, sa difendere la propria squadra, sa attirare talenti e ha già trasformato una realtà giovane in una macchina capace di dominare due epoche differenti. Il suo arrivo non garantirebbe un Mondiale, e nessuno da solo potrebbe farlo. Porterebbe però a Maranello una cosa che oggi manca in modo evidente: autorità.
Il rischio più grande è restare fermi
Sostituire Vasseur avrebbe un costo. Vorrebbe dire ammettere che il rinnovo pluriennale annunciato nel 2025 è stato un errore, e consegnare a Horner poteri reali, accettando una personalità ingombrante e poco incline a fare il semplice esecutore.
Andare avanti solo per non riconoscere di aver sbagliato, però, sarebbe molto più grave.
La stabilità ha valore finché non diventa un modo per proteggere chi manca gli obiettivi. E la Ferrari non può continuare a confondere la pazienza con l’assenza di giudizio.
Quattro stagioni bastano per giudicare un team principal. E i numeri del 2026, undici vittorie Mercedes contro due e 103 punti tra Antonelli e il miglior ferrarista, dicono già quanto sia lontano il bersaglio.
Vasseur ha avuto la possibilità di costruire la Ferrari che voleva. Ora quella Ferrari è davanti agli occhi di tutti.
Horner ha chiamato la Ferrari “il gigante addormentato”, e su questo ha ragione. Un gigante però non si sveglia sussurrandogli che serve altro tempo: a questo punto, a Maranello, ci vuole un terremoto.

















