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venerdì, Ottobre 2, 2026
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Ferrari, Turrini: «Serve una cultura del lavoro»

Più di mille persone lavorano sulla Formula 1 a Maranello, eppure la Ferrari non riesce a costruire una monoposto di riferimento. Leo Turrini respinge la tesi della distanza dalla Motorsport Valley inglese e porta due esempi: Simone Resta, che lontano dalla Rossa è diventato vicedirettore tecnico della Mercedes, e la scelta di Jean Todt di riportare tutto a Maranello, da cui nacque l'epoca d'oro con Schumacher.

Leclerc in azione al Madridring con la SF-26. Credits: Scuderia Ferrari HP via X #F1 #SpanishGP

Ogni volta che la Ferrari sbaglia una stagione torna fuori la stessa spiegazione: Maranello è troppo lontana dal cuore tecnico della Formula 1. Quasi tutte le squadre lavorano nel raggio di poche decine di chilometri attorno a Silverstone, dove ingegneri, aerodinamici e fornitori specializzati passano da un team all’altro senza nemmeno cambiare casa. Fuori da quella che gli inglesi chiamano Motorsport Valley restano in pochi, a cominciare dalla Rossa. Leo Turrini questa teoria la conosce bene e non la compra.

Per lui la cura parte da dentro il reparto corse.

«Penso che sarebbe indispensabile, innanzitutto, creare una diversa cultura del lavoro all’interno del reparto corse. Io non credo che più di mille persone, tante sono quelle che lavorano sulla Formula 1 a Maranello, non siano in grado di confezionare mai la vettura punto di riferimento per la concorrenza. Non esiste, non è possibile.»

Il caso Resta

A sostegno della sua tesi Turrini porta un esempio preciso: Simone Resta. Entrato in Ferrari nel 2001 dopo gli inizi alla Minardi, è cresciuto fino a diventare capo progettista nel 2014. Poi il primo addio nel 2018 per la direzione tecnica di Sauber, il ritorno a Maranello l’anno successivo e una nuova uscita, con destinazione Haas. Dal marzo 2024 lavora alla Mercedes, dove oggi è vicedirettore tecnico accanto a James Allison, nella squadra che domina il Mondiale 2026 con Kimi Antonelli.

«Tutti quelli che dalla Ferrari vanno via, o vengono mandati via (prendi Resta come ultimo esempio), ovunque vanno fanno bene, lavorano bene.»

Il ragionamento è semplice. Se lo stesso tecnico rende poco a Maranello e molto a Brackley, la differenza la fa il contesto in cui lavora. La distanza dall’Inghilterra c’entra poco.

Barnard, Todt e la lezione degli anni d’oro

La storia, secondo Turrini, ha già dato la sua risposta. Alla fine degli anni Ottanta Enzo Ferrari affidò la progettazione a John Barnard, che lavorava dal suo ufficio tecnico in Inghilterra, e l’esperimento fu ripetuto negli anni Novanta sotto la presidenza di Luca di Montezemolo. Fu Jean Todt a cambiare rotta: con l’arrivo di Ross Brawn e Rory Byrne, e senza Barnard, che non voleva trasferirsi in Italia, tutto il lavoro tornò a Maranello. Da lì arrivarono il titolo costruttori del 1999 e i cinque anni consecutivi di doppietta mondiale con Michael Schumacher, dal 2000 al 2004.

«Io non ci credo, per un motivo che abbiamo già visto: quando Jean Todt disse “no, no, dobbiamo fare tutto qui”, rinunciò a Barnard, riportò tutto a Maranello, e da lì la Ferrari ha vissuto il periodo più bello della sua storia.»

La ricetta di Turrini non prevede quindi di spostare la fabbrica. Prevede di andare a cercare fuori le persone giuste, come fece Todt a metà anni Novanta.

«Dovresti invece avere tu la capacità di attrarre queste risorse umane da fuori (ma dico di livello) che ti facciano crescere, che ti portino le competenze che evidentemente ti mancano, e creare un ambiente sano.»

L’ultima parola è quella che pesa di più. Un ambiente sano è quello in cui un progettista come Resta resta e rende, invece di andare a far vincere gli altri. A Maranello di talento ne passa parecchio, e il guaio è che spesso sboccia altrove. Viene da chiedersi quanti altri Resta siano oggi sparsi tra Brackley, Woking e Milton Keynes, e quanti di loro tornerebbero se la Ferrari offrisse qualcosa di diverso da uno stipendio e un logo.