Sergio Marchionne a Maranello non ha lasciato solo ricordi tiepidi. Era un presidente esigente, che non nascondeva l’insofferenza quando i risultati tardavano. Leo Turrini lo riconosce e ammette di non averne mai condiviso fino in fondo l’idea di corse.
«Marchionne aveva una sua idea di Formula 1 che io personalmente non condividevo del tutto. Era uno che pretendeva risultati immediati. Terrorizzava un po’ l’ambiente, questo sicuramente.»
Poi però il racconto prende un’altra piega. Quella di un rapporto personale nato quasi per caso, fatto di telefonate, sigarette e pranzi di Natale.
«Devo dirti che lui mi aveva preso in simpatia, per ragioni che mi sfuggono.»
«Sì, e io sono Napoleone»
Nel 2016 c’è una telefonata che parte con un equivoco degno di una commedia all’italiana. Turrini aveva appena commentato in televisione la situazione della Ferrari, quando sul cellulare comparve un numero sconosciuto.
«Dall’altra parte sento: “Buonasera, sono Sergio Marchionne.” Io dissi: “Sì, e io sono Napoleone”, come nelle barzellette, e misi giù. Richiamò, e rideva: “No, guardi che sono veramente Marchionne, ho sentito quello che ha detto in televisione, condivido tutto.”»
Le sigarette sul terrazzo
Poi c’era il pranzo di Natale con la stampa, una tradizione che Marchionne aveva ereditato da Luca di Montezemolo insieme alla presidenza, nell’ottobre del 2014. A tavola Turrini finiva sempre accanto a lui, per una ragione molto pratica: fumavano tutti e due.
«Mi voleva sempre accanto a sé a tavola. Ma per un motivo molto pratico: lui fumava, e io pure. E fino all’ultimo anno, che poverino era già malato ma noi non lo sapevamo, mi disse una volta: “Guarda Turrini, mi dispiace ma mi hanno tolto le sigarette, devo andare sul terrazzo a fumare.”»
Il selfie del 2017
L’ultimo incontro è del dicembre 2017, sempre al pranzo natalizio. Turrini doveva andare via prima del brindisi per accompagnare la madre a una visita medica, e si scusò con il vicino di posto.
«Lui mi disse: “Fai bene, perché finché ci sono i genitori bisogna tenerseli cari.” E allora io, di fronte a questo suo slancio, gli dissi: “Facciamo una foto col cellulare, così la faccio vedere a mia madre, che ha 99 anni ed è più lucida di me.” E lui disse: “Sì, molto volentieri.” Poi chiamò Binotto e gli disse: “Binotto, mi faccia il selfie con Leo Turrini.”»
Marchionne, che i selfie non li amava affatto, fece scattare la foto a Mattia Binotto, allora direttore tecnico della Scuderia e futuro team principal. Sette mesi dopo, il 25 luglio 2018, il manager morì a Zurigo, a 66 anni, pochi giorni dopo aver lasciato tutti gli incarichi per le complicazioni di un intervento chirurgico.
«E io ho questa fotografia, che ho fatto ingrandire, io e lui, nella saletta della Ferrari. Sette mesi dopo se n’è andato.»
Rileggere oggi questo ricordo fa un certo effetto, mentre a Maranello si discute di vertici che di Formula 1 masticano poco. Marchionne sbagliava anche lui, e parecchio. La Ferrari però la sentiva sua e lo faceva capire a tutti, dai meccanici ai giornalisti. Forse a Maranello oggi manca soprattutto questo: un presidente che ci tenga abbastanza da alzare il telefono per dire a un giornalista che ha ragione.

















