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domenica, Ottobre 11, 2026
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La regola di Ross Brawn che la Ferrari ha dimenticato

Al suo arrivo a Maranello, secondo un aneddoto che circola da anni nel paddock, Ross Brawn minacciò di allontanare chiunque avesse dato la colpa di una sconfitta a un altro reparto. Leo Turrini ripesca quell'episodio per spiegare il metodo che portò la Ferrari ai trionfi con Schumacher e che, finita quell'epoca, è andato perso. Ed è proprio quella cultura che oggi Lewis Hamilton starebbe chiedendo di ritrovare.

A partire da sinistra: Brawn, Schumacher, Todt e Montezemolo: il dream team Ferrari.

Nel paddock gira da anni un racconto sui primi giorni di Ross Brawn a Maranello. L’ingegnere inglese era appena arrivato dalla Benetton, con cui aveva vinto due Mondiali piloti con Michael Schumacher, e alla Ferrari ritrovava il tedesco dopo il suo trasferimento dell’anno prima. Ingaggiato a fine 1996 come direttore tecnico, si mise al lavoro con la stagione 1997. Tra i tanti aneddoti su quel periodo, Leo Turrini ne ha ripescato uno che spiega meglio di qualsiasi organigramma come cambiò la Ferrari in quegli anni.

«Quando arrivò Ross Brawn, nel 1997, secondo quanto si racconta, alla prima riunione con tutti i responsabili di area, dal telaio all’aerodinamica, al motore, al rapporto con i fornitori, Ross Brawn, che nel suo primo intervento non parlava ancora l’italiano maccheronico alla Stanlio e Ollio dei suoi ultimi anni ma parlava solo inglese, disse: “D’ora in poi, la prima volta che sento dire da uno di voi ‘è colpa del telaio’, ‘è colpa dell’aerodinamica’, ‘abbiamo perso per colpa del motore’, quella persona smetterà di lavorare per noi, andrà in un’altra area, fuori dalla Formula 1.”»

La fine dello scaricabarile

Che le parole esatte siano state proprio quelle conta fino a un certo punto. Il senso, in una squadra abituata a dividere le colpe per reparti, era chiarissimo: si vince e si perde tutti insieme. Chi punta il dito contro il collega del piano di sopra lavora contro la squadra, e il risultato di una macchina è la somma di tutto quello che ci sta dentro.

Da quel metodo, insieme a Jean Todt e a Rory Byrne, nacque il ciclo più vincente della storia della Rossa: il titolo costruttori del 1999, poi cinque stagioni di fila con entrambe le corone, dal 2000 al 2004. Brawn lasciò Maranello a fine 2006. Con lui se ne andò, poco alla volta, anche quel modo di stare insieme.

«Ed è quella cultura lì che, finita quell’epoca, vent’anni fa, progressivamente a Maranello abbiamo perso. Bisogna trovare le figure in grado di ripristinare quell’approccio. E io credo che Hamilton stia dicendo proprio questo.»

Il filo che porta a Hamilton

Il collegamento con l’attualità è tutt’altro che forzato. Lewis Hamilton ha passato dodici anni alla Mercedes, una squadra nata dalla Brawn GP campione del mondo nel 2009 e guidata dallo stesso Brawn fino al 2013, il primo anno di Hamilton a Brackley, prima del passaggio di consegne a Toto Wolff. La cultura del “nessuno cerca colpevoli, tutti cercano soluzioni” che ha portato otto titoli costruttori consecutivi a Brackley arriva da lì. Quando il sette volte campione del mondo insiste su come si lavora, e non solo su cosa manca alla macchina, secondo Turrini sta chiedendo esattamente questo.

La Ferrari quella lezione l’aveva imparata per prima, e ora rischia di farsela rispiegare da un pilota cresciuto altrove. Brawn impiegò tre stagioni per portare Maranello al primo titolo. Oggi, dopo vent’anni di cambi al vertice, nessuno sembra disposto ad aspettarne altrettanti. Ci sarà qualcuno disposto a battere il pugno sul tavolo come fece lui, a costo di perdere qualche responsabile di reparto per strada?