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martedì, Agosto 18, 2026
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Verstappen: Silverstone ha rappresentato lo spartiacque?

A Silverstone la crisi tra Max Verstappen e la Red Bull esce definitivamente allo scoperto. La richiesta di ripartire dai box respinta dal muretto, il ritiro per un cedimento all'ala posteriore e le prime crepe nel rapporto con lo storico ingegnere Gianpiero Lambiase, in procinto di lasciare per la McLaren. Sullo sfondo, la clausola contrattuale che l'olandese potrebbe presto attivare. Tre porte che si aprono, o si chiudono, nello stesso weekend: la Formula 1 comincia così le sue grandi separazioni.

Verstappen, Test Bahrain. Credits: Oracle Red Bull Racing via X #F1Testing

A Silverstone si è visto un Max Verstappen che definire nervoso è quasi un eufemismo.

Dopo un sesto posto nella Sprint e un deludente settimo nelle qualifiche della gara lunga, l’olandese aveva già emesso la sua sentenza sulla RB22:

«Se lasciamo la macchina così com’è, correre non ha molto senso. Preferisco cambiare tutto, perché se non facciamo niente, continueremo a girare in tondo in questo posto.»

Traduzione: questa macchina non va da nessuna parte.

La richiesta era chiara. Rompere il regime di parco chiuso, modificare assetto e power unit e partire dalla pit lane. Una scelta estrema.

La Red Bull ha detto no. E dire no a Verstappen non è esattamente rifiutare un caffè al distributore automatico. Serve una certa dose di coraggio. O incoscienza.

Il risultato? Ritiro per un cedimento dell’ala posteriore e, via radio, una frase che vale più di cento conferenze stampa:

«Se fosse dipeso da me, sarei partito dalla corsia dei box.»

Poche parole. Ma abbastanza per far capire che, questa volta, il campione del mondo e il muretto stavano giocando due partite diverse.

Nel post-gara, il team principal Laurent Mekies ha spiegato la logica della squadra: partire dalla pit lane avrebbe significato perdere troppo terreno, anche con una macchina potenzialmente più performante. Meglio accettare una vettura imperfetta e sperare che il danno fosse limitato. Una scelta razionale. Che, con il senno di poi, si è trasformata in una scommessa persa.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Perché il vero tema non è tecnico. È umano.

Mentre Verstappen chiedeva fiducia dal muretto, qualcun altro la stava perdendo nel garage. Gianpiero Lambiase – il suo storico ingegnere di pista, l’uomo dei quattro titoli – lascerà la Red Bull per approdare in McLaren entro il 2028.

E qui arriva il dettaglio più interessante. Secondo De Telegraaf, il direttore tecnico Pierre Waché avrebbe iniziato a limitare le informazioni più sensibili condivise con Lambiase, nel timore che possano finire, prima o poi, nella futura squadra. Insomma, Lambiase è ancora seduto al muretto. Ma è un po’ come lasciare il custode dentro casa dopo avergli cambiato la serratura.

Il paradosso è servito: l’uomo di cui Verstappen si fida di più sembra essere diventato quello di cui la Red Bull si fida di meno.

E non finisce qui.

C’è poi la famosa clausola nel contratto di Verstappen. I rumors raccontano che, se entro la pausa estiva non dovesse occupare almeno la seconda posizione nel Mondiale, potrebbe liberarsi senza penali. Oggi Max è settimo, a oltre cento punti dalla vetta. Uno scarto che rende quella clausola tanto teorica quanto un consiglio di aerodinamica dato a un sasso. Sempre i ben informati sostengono che la Red Bull avrebbe provato a eliminarla offrendo decine di milioni. Verstappen, secondo le indiscrezioni, avrebbe ringraziato e declinato. Non è un dettaglio: è la differenza tra chi vuole blindare il futuro e chi vuole tenere la porta socchiusa.

Ed eccoci al vero filo conduttore della settimana.

Tre porte.

La prima è quella della pit-lane, che Red Bull ha deciso di non aprire.

La seconda è quella dell’accesso alle informazioni tecniche, che si starebbe lentamente chiudendo davanti a Lambiase.

La terza è quella del contratto, che Verstappen sembra intenzionato a lasciare spalancata. E conduce dove? Le voci del paddock diventano ogni giorno meno timide. Nel 2027 Verstappen potrebbe vestire i colori McLaren scambiandosi il sedile con Piastri. In fondo essendo lui olandese, dovrebbe donargli l’iconica tonalità arancione di Woking: papaya.

Cosa c’è di vero? Non si sa.

Ma in Formula 1 le grandi separazioni iniziano quasi sempre così. Prima arrivano i piccoli segnali. Poi le frasi via radio. Poi le porte che iniziano a chiudersi.

E quando tutti se ne accorgono… il trasloco è già iniziato.

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