Parlando della Williams, nella storia recentemente pubblicata, non posso non rivolgere un pensiero a Clay Regazzoni.
Rimasi deluso dal ticinese, nonostante la mia giovane età: la mia fede ferrarista nel ’76 era già molto forte, e vederlo arrendevole e passivo nei confronti del rimontante Hunt in Giappone me lo rese antipatico, tanto da festeggiare a non vederlo più su una rossa.
Peccati di gioventù che solo la maturità ti fa scontare: a posteriori capii che quel giorno a deludere non fu quest’uomo che incarnava lo spirito dei piloti di altri tempi, ma tutta la rossa, che non fece quadrato sul suo pilota danseur e tombeur de femme, preferendogli addirittura Reutemann, presto soprannominato tormentato e tormentoso.
Nel suo andare ramingo attraverso le squadre, lo svizzero, nel ’79, capitò nell’abitacolo di una monoposto inglese bianca, sponsorizzata dagli arabi, che si riprometteva di diventare protagonista nella massima formula.
Il Regazzoni della Williams è un quarantenne dallo spirito giovane, che guida ancora per divertirsi coadiuvato da una macchina, clone della Lotus 79 ma rivista in meglio, che, pur pagando qualche difetto di affidabilità, comincia ad essere una spina nel fianco della Ferrari, dominatrice della stagione ’79.
Lo ricordo con affetto a Monaco. In quel ’79 i commentatori e la Rai indugiavano sulla Ferrari di Scheckter al comando che, seppur in crisi di gomme, dava l’impressione di potersi aggiudicare agevolmente la gara. Dietro la rossa, ecco una sagoma bianca claudicante in staccata che si avvicina come un’ombra. Quel giorno il mio entusiasmo da ragazzino per una Ferrari in testa cominciava a vacillare per il ticinese, partito 16°: una rimonta da forsennato, rispettando comunque la macchina e il circuito, come sapeva fare fin dal ’74. Una volta agganciata la Ferrari, prova a mettere in difficoltà il sudafricano, dimenticando che la vera difficoltà la stava patendo lui, senza la seconda marcia da metà gara, ma minaccioso senza pari.
Al traguardo il sudafricano pare salutare la bandiera a scacchi come una liberazione, mentre il ticinese, passando, la saluta quasi fosse una delle tante conquiste femminili che lo hanno reso celebre.
Tifo per la Ferrari a parte, l’affetto per Clay riaffiorò, e quando vinse a Silverstone il primo Gran Premio per la Williams, sperai che il team di Frank lo mettesse in condizione di provare a vincere il titolo. Niente da fare però: lo svizzero non faceva notizie sui giornali sportivi, solo su quelli scandalistici, e la Williams decise di puntare tutto su Alan Jones, compagno di squadra di Clay, usando la stagione ’79 come viatico per quella ’80, dove in effetti l’australiano conquistò il titolo con le monoposto anglo-arabe.
E Clay? Giubilato dalla Williams ma animato dalla passione per le corse, si accomodò nello scomodo abitacolo della Ensign, da dove uscì su una sedia a rotelle, iniziando a combattere un’altra lotta che sarebbe durata tutta la vita.
Morì a dicembre del 2006 mentre andava a un raduno. Fu il primo pilota che vidi vincere, forse fu l’ultimo dei piloti avventurosi che la F1 rimpiange ma che non potrà più avere.













