Parliamo di Fernando Alonso.
Parliamo di un due volte campione del mondo. Di uno che ha scritto pagine importanti della storia recente della Formula 1. E parliamo, soprattutto, di un ragazzo di 45 anni che continua a presentarsi in griglia come se il tempo, per lui, fosse solo un fastidioso dettaglio anagrafico.
Perché ne parliamo?
Perché forse stiamo dando troppo per scontate la tenacia, la grinta e la resilienza che il campione di Oviedo sta mettendo in pista in questo stravagante Mondiale 2026. Quello in cui tutto sembra, ma niente è.
Nella prima parte della stagione, diciamolo, la domanda è venuta spontanea a parecchi: ma chi glielo fa fare?
Un due volte campione del mondo costantemente a combattere nelle retrovie. Quando va bene. Quando va male, invece, la gara la guarda direttamente dal box.
L’inizio della stagione Aston Martin è stato quasi surreale. Vibrazioni così intense, generate dalla power unit, da mettere a dura prova i nervi fisici e metaforici dei piloti. A un certo punto il dt Adrian Newey, uno che nella vita ha progettato alcune delle monoposto più vincenti della storia della Formula 1, è arrivato a dire:
“Dovremo limitare il numero di giri in gara finché non risolveremo il problema.”
Cosa? What?
Ma Newey ha progettato la AMR26 per correre in Formula 1 o sulla pista delle Hot Wheels?
Il responso della pista, peraltro, è stato impietoso: doppio ritiro nelle prime due gare.
Poi Alonso ha almeno ricominciato a vedere la bandiera a scacchi. Non sempre, perché altri problemi non sono mancati, ma abbastanza spesso da poter constatare una cosa: anche quando la macchina arrivava al traguardo, Fernando era quasi sempre laggiù. Nel traffico. Dove uno con due titoli mondiali dovrebbe andarci solo per sbaglio.
E allora torniamo alla domanda: ma chi glielo fa fare?
I soldi? Difficile pensare che gli manchino.
La paura del ritiro e di un futuro senza corse? Forse. Ma vogliamo davvero credere che uno che passa la vita a 300 km/h abbia paura di quello che succederà quando smetterà?
La risposta probabilmente è molto più semplice: Alonso continua perché gli piace ancora dannatamente tanto guidare. E perché, evidentemente, è convinto di poter ancora dire la sua se qualcuno gli mette sotto le mani una macchina degna di questo nome.
Il problema, naturalmente, è che gli anni passano. Anche per lui. Per il 2027, al momento, certezze non ce ne sono: correrà ancora? Si ritirerà? Resterà in Aston Martin?
Noi comuni mortali possiamo solo aspettare.
Ma c’è un “ma”.
In Ungheria Aston Martin ha finalmente portato in pista un corposo pacchetto di aggiornamenti, una sorta di versione B della AMR26. In Olanda sono arrivati ulteriori affinamenti e una nuova specifica della power unit Honda.
E Fernando cosa fa? Nono posto.
Primi punti importanti, prima vera top ten della stagione e, soprattutto, una gara corsa con carattere e intelligenza. La strategia ha fatto la sua parte, certo: Alonso è riuscito di fatto a fare una sosta in meno rispetto alla maggior parte dei rivali.
Ma in Formula 1 non contano solo macchina e pilota. Contano anche il team e il muretto. Per maggiori dettagli, chiedere in Ferrari.
Allora, quello di Zandvoort è stato solo un fuoco d’artificio? Un bagliore improvviso nel cielo buio che ha avvolto Aston Martin per buona parte di questa stagione?
Lo dirà la seconda metà del campionato.
Ma una cosa, dopo il GP d’Olanda, possiamo dirla: il vecchio leone — “vecchio”, sportivamente parlando, prima che Fernando venga a bussare alla porta — ogni tanto ruggisce ancora.
E forse è proprio questo il motivo per cui continua. Perché finché sente di poter ruggire, Alonso non ha alcuna intenzione di lasciare il circus.
E in fondo, diciamocelo, un pezzettino del cuore dei tifosi Ferrari se l’è portato via anche lui.
Quindi, Fernando: vamos.


















