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martedì, Agosto 18, 2026
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Hamilton: il rapporto con l’ingegnere di pista è un fattore decisivo?

Il team radio di Kimi Antonelli a Peter Bonnington nel GP d'Austria riaccende i riflettori su un legame spesso sottovalutato: quello tra pilota e ingegnere di pista. Dai 12 anni di successi tra Bonnington e Lewis Hamilton in Mercedes, al rapporto mai decollato con Riccardo Adami in Ferrari, fino alla nuova intesa con Carlo Santi: quanto pesa davvero questa alchimia sulle prestazioni in pista? Il manager Enrico Zanarini offre la sua lettura ai microfoni di Pit Talk.

Carlo Santi

In Formula 1 non conta solo l’hardware — motore, telaio, aerodinamica e tutto l’armamentario tecnico che riempie i comunicati stampa. Contano, e parecchio, anche i rapporti umani tra i componenti del team.

E tra questi, ce n’è uno che, più di altri, può fare la differenza: il legame ingegnere di pista — pilota.

Si tratta di fiducia reciproca, della capacità di tradurre le sensazioni soggettive del pilota in dati utilizzabili dal team, e di mantenere lucidità nei momenti più caldi di una gara. Spesso l’ingegnere diventa quasi una voce familiare, un punto fermo psicologico per chi guida a oltre 300 km/h con il cuore in gola.

Nel GP d’Austria ne abbiamo avuto una dimostrazione lampante nel team radio di Antonelli: il pilota italiano si è rivolto al suo ingegnere di pista chiamandolo per nome, chiedendogli direttamente cosa stesse succedendo con i freni.

Non alla squadra, ma a Peter Bonnington, conosciuto nel paddock semplicemente come «Bono». Che con voce suadente da psicologo navigato lo ha rassicurato: Bono Vox, verrebbe da dire, come il cantante degli U2.

Ma prima di diventare l’ingegnere di Kimi Antonelli, Bonnington lo è stato per ben 12 stagioni di Lewis Hamilton. Insieme hanno scritto pagine di storia della F1: 83 vittorie e sei titoli piloti tra il 2013 e il 2024. Numeri da capogiro, appunto.

Lewis avrebbe voluto portarselo in Ferrari? Senza dubbio. I grandi campioni, quando cambiano scuderia, spesso si portano dietro l’ingegnere di fiducia, quasi fosse un talismano. Ma stavolta non fu possibile: una clausola contrattuale vietava di sottrarre membri dello staff Mercedes per un anno, e Bono nel frattempo era stato promosso a responsabile dell’ingegneria di pista.

In Ferrari l’inglese ha dovuto così costruire da zero un rapporto, questa volta con l’ingegnere Riccardo Adami. Un legame che nel 2025 non è mai veramente decollato, e ora Adami ricopre un ruolo strategico all’interno della Driver Academy. Al fianco di Lewis è arrivato l’ingegnere Carlo Santi.

Una soluzione che doveva essere temporanea ma che Ferrari ha già reso definitiva: la Scuderia ha ufficialmente confermato Santi come ingegnere di pista di Hamilton, complice l’ottima intesa instaurata con il pilota britannico.

Quanto ha inciso — se ha inciso — questa instabilità nel rapporto con l’ingegnere di pista, tanto più delicata nell’era di una Formula 1 sempre più elettronica, sulle difficoltà di Hamilton e sulla debacle Ferrari nel weekend austriaco?

Ai microfoni di Pit-Talk, il manager di piloti Enrico Zanarini ha le idee chiare in merito:

«In tantissimi casi il pilota, quando cambia squadra, si porta dietro l’ingegnere perché c’è una partnership quasi indivisibile fra i due. Però non credo che sia un problema di Hamilton. Adami ha scelto di coprire un altro ruolo in Ferrari. Hamilton ha ottenuto risultati anche con un altro ingegnere, quindi non vedo il problema. Credo sia più un problema di competitività della Mercedes, che è talmente forte da costringere tutte le squadre a un lavoro molto duro.»

E in effetti, la Mercedes è forte. Inutile girarci intorno.

Speriamo comunque che Hamilton trovi presto la sua stabilità, che di certo non guasterebbe. Vedremo cosa succederà con Santi nel prosieguo della stagione.

Se son rose, fioriranno — altrimenti, speriamo che in Ferrari il numero dell’ingegnere giusto lo sappiano già a memoria.

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