«Oggi non siamo più in competizione con altri sport, ma nella creazione di eventi, con il cinema, i concerti, i teatri. Oggi il pubblico deve investire in uno spettacolo che ha un costo, il quale è giustificato dall’esperienza esclusiva che faremo vivere».
Le ultime parole di Stefano Domenicali ad Autosprint meritano probabilmente più attenzione di quanto possa sembrare a una prima lettura. Perché dentro poche righe c’è una fotografia estremamente nitida della F1 contemporanea. Ma soprattutto c’è la visione di quella futura.
La F1 non considera più un Gran Premio semplicemente una competizione automobilistica alla quale vendere un biglietto. Lo considera un prodotto di intrattenimento che deve contendersi il portafoglio e soprattutto il tempo libero del pubblico con un concerto, una prima cinematografica, uno spettacolo teatrale o qualsiasi altro grande evento. Dal punto di vista imprenditoriale è difficile contestare Domenicali. Dal punto di vista sportivo, invece, qualche domanda è legittima.
La rivoluzione della F1 ha funzionato
Your @F1LasVegas @TMobile zone headliners are here!@twofriendsmusic @disclosure & @duttypaul will be joined by @jarule @GorgonCity & #NatashaBedingfield under the lights of @SphereVegas across race weekend 🤩
F1 Tracks has had the ultimate VEGAS, BABY refresh to celebrate!… pic.twitter.com/jIhhxvHo8i
— Formula 1 (@F1) August 14, 2026
Sarebbe ingeneroso ignorare ciò che è accaduto alla F1 negli ultimi anni. Il Circus ha raggiunto fasce di pubblico che fino a poco tempo fa sembravano irraggiungibili. Ha conquistato nuovi mercati, trasformato i piloti in personaggi globali e reso il weekend di gara qualcosa che va ben oltre le due ore della domenica.
Miami, Las Vegas e gli altri grandi appuntamenti costruiti secondo questa filosofia ne sono la rappresentazione più evidente. Il Gran Premio diventa festival. Musica, hospitality, spettacoli, celebrità, intrattenimento e naturalmente Formula 1. Domenicali non nasconde questa trasformazione. Anzi, la rivendica.
Ed economicamente la logica è chiarissima: se chiedi al pubblico un investimento importante, devi offrirgli qualcosa che vada oltre la possibilità di osservare venti monoposto girare su una pista.
Il problema nasce quando si prova a stabilire dove finisca il valore aggiunto e dove cominci la sostituzione del prodotto originario.

Credits: Mercedes AMG Petronas F1 Team
Un Gran Premio deve davvero competere con un concerto?
Qui probabilmente si trova il passaggio più interessante delle parole di Domenicali. Per decenni la F1 ha pensato di dover essere migliore degli altri sport motoristici. Oggi sostiene di dover essere più appetibile di un concerto. È un cambiamento enorme.
Perché se il concorrente della Formula 1 non è più un altro campionato ma Taylor Swift, un blockbuster cinematografico o un grande spettacolo, inevitabilmente cambiano anche le priorità attraverso le quali viene costruito il prodotto.
Un appassionato di motorsport giudica un Gran Premio attraverso la pista, le vetture, i sorpassi, la competizione, la tecnica, la storia e l’accessibilità dell’evento. Un consumatore di entertainment valuta invece l’esperienza complessiva. E sono due prospettive che possono convivere. Ma non necessariamente coincidono.
L’esperienza esclusiva ha un prezzo. Ma chi rischia di pagarlo?
Domenicali utilizza due parole particolarmente significative: “esperienza esclusiva”. Ed è forse proprio qui che emerge la questione più delicata. La Formula 1 sta diventando sempre più desiderabile, ma contemporaneamente rischia di diventare sempre meno accessibile.
Se il prezzo elevato di un biglietto viene giustificato attraverso la quantità e la qualità dell’intrattenimento offerto durante il weekend, il ragionamento commercialmente funziona. Ma esiste una parte del pubblico che non chiede necessariamente quell’esperienza. Vuole vedere la Formula 1.
Vuole sentire una monoposto passare davanti alla tribuna, osservare una frenata da pochi metri, vivere una partenza, seguire una strategia. E magari preferirebbe pagare meno rinunciando al concerto, all’area entertainment o all’esperienza “premium”. È qui che la Formula 1 dovrà stare attenta a non confondere l’arricchimento dell’evento con la sua ragione d’esistere.
Perché un concerto senza Formula 1 può continuare a essere un concerto. Un Gran Premio senza una grande gara diventa semplicemente una festa molto costosa. Il rischio di costruire il pubblico attorno al cliente e non al tifoso
Time to vote for your #F1DriverOfTheDay
👉 https://t.co/FG0UI6I8d7#F1 #HungarianGP pic.twitter.com/gEOge6wuCu
— Formula 1 (@F1) July 26, 2026
C’è poi una differenza sottile tra un cliente e un tifoso. Il cliente deve essere conquistato ogni volta. Il tifoso resta. È quello che guarda le prove libere quando non succede nulla, discute di un aggiornamento aerodinamico, ricorda una gara di vent’anni prima e continua a seguire una squadra anche quando perde.
Ed è proprio quel pubblico ad aver costruito il valore storico che oggi permette alla Formula 1 di vendersi come esperienza esclusiva. Il paradosso sarebbe riuscire nell’impresa di conquistare milioni di nuovi spettatori trasformando contemporaneamente quelli storici in persone che possono permettersi di vivere un Gran Premio soltanto davanti alla televisione.
L’espansione non è il problema. È una straordinaria opportunità. Il problema sarebbe considerare inevitabile che crescita ed esclusività debbano procedere necessariamente insieme.

Domenicali ha capito perfettamente il mercato
Questo, però, va riconosciuto. Stefano Domenicali ha probabilmente interpretato meglio di molti altri dirigenti sportivi il cambiamento dell’intrattenimento contemporaneo. Oggi Netflix non compete soltanto con Disney. Un videogioco non compete soltanto con un altro videogioco. Un concerto non compete soltanto con un altro concerto. Tutti competono per la stessa risorsa: il nostro tempo.
Da questo punto di vista, sostenere che la Formula 1 competa con cinema, musica e teatro è assolutamente corretto. E sarebbe ingenuo immaginare che un campionato globale possa ignorare questa evoluzione. Ma proprio perché la Formula 1 è riuscita a diventare qualcosa di più di uno sport, deve evitare di commettere l’errore opposto: dimenticare di essere prima di tutto uno sport.
Prima la Formula 1, poi lo spettacolo
Il miglior scenario possibile non è scegliere tra sport e show. È avere entrambi. Circuiti pieni, eventi spettacolari, famiglie, giovani, concerti, hospitality e sponsor. Ma con una Formula 1 nella quale il motivo principale per acquistare un biglietto continui a essere ciò che succede quando si spengono i semafori. Perché l’esperienza esclusiva può giustificare un prezzo elevato una volta.
La passione giustifica decenni trascorsi a seguire uno sport. Domenicali ha ragione quando dice che la Formula 1 oggi compete con cinema, concerti e teatri. Ma esiste una differenza fondamentale.
Al cinema il film deve essere bello. Al concerto deve funzionare la musica.
E in Formula 1, prima di qualsiasi DJ set, hospitality, celebrity o spettacolo collaterale, devono funzionare le corse. Altrimenti si rischia di costruire il più grande spettacolo del mondo attorno a qualcosa che, lentamente, smette di esserne il protagonista.
We are so back…
IT’S RACE WEEK!!! 📢🇳🇱#F1 #DutchGP pic.twitter.com/N6nj2RjuOT
— Formula 1 (@F1) August 17, 2026

















