In Formula 1 basta un messaggio comparso sul monitor per scatenare il caos. È quello che è successo nel finale del GP di Silverstone, dove la Safety Car è diventata protagonista di uno dei casi più discussi della stagione.
Siamo al 48° dei 52 giri previsti. Verstappen, terzo, finisce fuori pista e rende necessario l’intervento della Safety Car. Davanti, Leclerc ha la gara in pugno: un ampio vantaggio su Hamilton e un margine ancora più consistente su Russell.
Dal muretto Ferrari arriva la mossa che, sulla carta, sembra impeccabile: entrambe le rosse rientrano ai box per montare gomme morbide fresche. Il ragionamento è lineare — con la Safety Car in pista le posizioni sembrano al sicuro — ma è proprio qui che si nasconde la trappola: Mercedes decide di lasciare Russell in pista, e quella scelta lo proietta davanti a Hamilton nell’ordine virtuale. Il rischio, insomma, non è affatto pari a zero: se la gara non dovesse ripartire, sarà Ferrari a pagare il conto, con Hamilton scavalcato proprio dall’avversario che la sosta avrebbe dovuto tenere a distanza.
A quel punto lo scenario sembra scritto. Safety Car dentro, un ultimo giro di fuoco e Hamilton pronto a dare la caccia a Russell con gomme fresche.
Ma si sa, di scontato in Formula 1 non c’è mai nulla.
Negli ultimi giri, in Race Control succede qualcosa. È facile immaginare una scena degna dei Minions di Cattivissimo Me: tutti che corrono da una parte all’altra, parlano contemporaneamente e cercano di rimettere insieme i pezzi.
Nessuna vettura doppiata tra i primi della classifica: la procedura di sdoppiamento avrebbe dovuto essere una formalità. Invece si completa solo al giro 51, mangiandosi il poco tempo rimasto.
Poi il colpo di scena.
Sui monitor dei team compare il messaggio: «Safety Car in this lap». Traduzione: si riparte.
Passano pochi secondi e il messaggio scompare. Annullato. La Safety Car resta davanti al gruppo e la gara si conclude senza più bandiera verde.
Emanuele Pirro, ex pilota di F1, ai microfoni di Pit Talk ipotizza un problema di comunicazione:
«Nessuno sa cosa succede in Race Control e chi ascolta o scrive deve tenerlo a mente perché ci sono situazioni conosciute solo a chi sta lì dentro. Potrebbe esserci stato un qualche allarme. Tutti possono sbagliare, compreso il direttore di gara o gli steward. Il direttore di gara deve essere sicuro che la pista sia libera prima di dare il verde per questione di sicurezza. Quando stanno liberando una macchina, c’è un contatto diretto tra il direttore di gara e i commissari. Penso si siano capiti male perché stavano per chiamarla dentro e poi è arrivato il messaggio next lap. Credo sia stato un lost in translation.»
Nel paddock e sui social si scatena qualsiasi teoria possibile. C’è chi parla del presunto peso politico di Mercedes sulla FIA — gara finita dietro Safety Car per salvaguardare il secondo posto di Russell —, chi accusa la direzione gara di incompetenza e chi, semplicemente, si domanda come sia possibile commettere un errore del genere nel campionato tecnologicamente più avanzato del mondo.
Emanuele Pirro ha le idee chiare al riguardo:
«Fai come fai, sbagli. C’è sempre qualcuno scontento. Il direttore di gara non vede l’ora di far ripartire la gara, è il suo mestiere e la sua missione in sicurezza. Non piace a nessuno finire sotto Safety Car. Sarebbe bello se facessero vedere anche ai piloti quanto è difficile la direzione gara. Hai un numero di monitor infinito e decine di persone che ti danno informazioni. È veramente complesso: è come essere il direttore sportivo di dieci squadre insieme più controllare tutti i commissari.»
La spiegazione ufficiale, alla fine, arriva direttamente dalla FIA: un errore del sistema ha generato il messaggio comparso sui monitor dei team. Insomma, nessun complotto, nessuna regia occulta. Solo un inconveniente software.
Paradossale, forse. Ma in una Formula 1 sempre più digitale, dove tutto dipende da sensori, reti e algoritmi, anche un semplice bug può trasformarsi nel protagonista del Gran Premio.
E di «giallo», forse, è rimasta solo la bandiera.


















