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venerdì, Settembre 4, 2026
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Qiddiya, la curva sospesa che sfida la Formula 1

Si chiama The Blade la curva sospesa a 70 metri d'altezza che caratterizzerà il nuovo circuito di Qiddiya, in Arabia Saudita: un progetto firmato Hermann Tilke e Alexander Wurz, pensato per sostituire il tracciato di Jeddah dal 2028. Tra sfide ingegneristiche mai affrontate prima in Formula 1 e una data di debutto tutt'altro che blindata secondo le stesse fonti saudite, abbiamo verificato dati, dichiarazioni ufficiali e le reali implicazioni per il calendario del Mondiale.

Vista aerea della curva sopraelevata The Blade del circuito di Qiddiya in costruzione

C’è un rendering che gira da mesi tra gli appassionati di Formula 1 e che, ogni volta che riaffiora sui social, produce la stessa reazione: increduli, poi affascinati, poi di nuovo increduli. Mostra una curva sospesa nel vuoto a più di settanta metri d’altezza, incastonata sopra una sala da concerti nel mezzo del deserto saudita, con le monoposto che la affrontano come se stessero volando su una lama sospesa tra le montagne di Tuwaiq. Quel rendering non è fantascienza: è The Blade, la curva 1 del nuovo circuito di Qiddiya, e a rilanciarne l’ennesimo aggiornamento nelle scorse ore sono stati diversi video che segnalano nuovi progressi nei lavori di costruzione. È il momento giusto per fare chiarezza su cosa sia davvero questo progetto, quali problemi tecnici possa porre e, soprattutto, quanto sia solida la certezza che la Formula 1 ci correrà per davvero.

Partiamo dai fatti verificabili. Il Qiddiya Speed Park Track sorge a circa cinquanta chilometri da Riad, all’interno di Qiddiya City, la gigacittà dell’intrattenimento voluta dal fondo sovrano saudita PIF come pilastro della strategia di diversificazione economica Vision 2030. Il circuito è firmato da Hermann Tilke, il progettista che ha disegnato la quasi totalità dei tracciati moderni del Mondiale, in collaborazione con l’ex pilota di F1 Alexander Wurz. Sulla carta, ventuno curve percorse in senso antiorario, un dislivello complessivo di 108 metri nell’arco del giro, velocità di punta oltre i 320 km/h e una lunghezza pensata per superare quella di Spa-Francorchamps, oggi il tracciato più lungo del calendario. Il cantiere, affidato alla saudita Unimac per un valore che si aggira sui 480 milioni di dollari, è partito nel 2024 ed è progettato per rispondere agli standard FIA Grade 1 e FIM Grade A, gli stessi richiesti a un circuito permanente di Formula 1.

E poi c’è lei, The Blade: una struttura a sbalzo, sospesa letteralmente nel vuoto, che secondo Tilke rappresenta “l’elemento di pista più spettacolare mai realizzato”. Corre sopra una sala da concerti, con una pendenza dichiarata di circa dieci gradi, ed è pensata anche come megaschermo di osservazione per il pubblico, affiancata da quella che gli stessi progettisti definiscono la tribuna più grande al mondo. Dal punto di vista puramente ingegneristico è un salto nel buio: nessun circuito di Formula 1, oggi, propone una curva sopraelevata e a sbalzo di queste dimensioni. Non è paragonabile alle sopraelevate storiche di ovali come Indianapolis o Daytona, pensate per la velocità costante di vetture con assetti dedicati: qui si parla di monoposto di Formula 1, con la loro aerodinamica delicatissima, che dovranno affrontare in pieno carico una curva che cambia quota e inclinazione mentre viene percorsa. È lecito chiedersi cosa significhi, in termini di bilanciamento aerodinamico e di gestione dei pneumatici, frenare e sterzare mentre il piano stradale sale di dieci gradi sotto le ruote. Le zone di sorpasso, poi, cambiano gioco forza quando il DRS va gestito in salita: secondo alcuni osservatori, le differenze di velocità tra le vetture potrebbero rendere gli attacchi più rischiosi proprio nel punto più spettacolare del tracciato. Su questo, va detto con onestà, la comunità tecnica della Formula 1 (piloti, ingegneri, la stessa FIA) non si è ancora espressa pubblicamente in modo approfondito: mancano ancora simulazioni ufficiali diffuse, e questo silenzio pesa quanto le immagini roboanti dei render.

Poi però c’è anche l’altro lato della medaglia, quello che a Riad hanno tutto l’interesse a raccontare: un circuito così non nasce solo per fare da cornice a un Gran Premio, ma per diventare un’icona visiva, un simbolo capace di generare interesse mediatico a prescindere dal risultato in pista, un po’ come è successo con le luci notturne di Losail o con lo skyline di Jeddah stessa. In questo senso, la scommessa di Qiddiya assomiglia più a un progetto di intrattenimento integrato (dentro una città che ospiterà anche Six Flags e le montagne russe di Falcons Flight) che a un semplice autodromo. Se il progetto tecnico regge, e i tempi di frenata/percorrenza risulteranno gestibili in sicurezza, The Blade potrebbe davvero ridefinire cosa un circuito di Formula 1 può essere.

Il tema più delicato, però, riguarda Jeddah. Il Corniche Circuit ospita il Gran Premio d’Arabia Saudita dal 2021 e nasce, esso stesso, come soluzione temporanea: il piano originale prevedeva appena tre stagioni prima del trasloco verso una sede permanente. Non è andata così. Il CEO della Saudi Motorsport Company, Martin Whitaker, lo ha ammesso apertamente parlando della necessità di blindare l’attuale tracciato:

“È importante che rendiamo Jeddah a prova di futuro.” — Martin Whitaker, CEO Saudi Motorsport Company

Tradotto: alcune strutture pensate come provvisorie a Jeddah stanno diventando permanenti, perché nessuno, oggi, sa dire con certezza quando Qiddiya sarà davvero pronta. Ed è qui che arriva la risposta alla domanda centrale di questo articolo: la Formula 1 correrà davvero a Qiddiya? Contrattualmente, sì — l’accordo tra Formula 1 e l’Arabia Saudita ha una durata di quindici anni, firmato proprio con l’idea di traghettare il Mondiale da Jeddah verso una sede permanente. Ma la data non è affatto blindata. Lo stesso presidente della Saudi Motorsport Company, il principe Khalid bin Sultan Al-Abdullah Al-Faisal, ha usato parole che vale la pena riportare per intero:

“La pista sarà pronta nel ’27, ma dipenderà dai progetti circostanti se finiremo in tempo. Non prima del ’27, quindi stiamo pensando al ’28, forse al ’29.” — Principe Khalid bin Sultan Al-Abdullah Al-Faisal

Un 2028 dato per obiettivo, un 2029 già messo in conto come scenario realistico, e nessuna dichiarazione ufficiale, a oggi, né da Formula 1 né dalla FIA, che fissi una data di debutto certa. Il principe saudita, del resto, ha chiuso il ragionamento con una frase che dice più di mille comunicati stampa: il trasloco avverrà “se la Formula 1 si sente a suo agio”. È un dettaglio che vale la pena sottolineare, perché racconta la vera natura di questi megaprogetti del Golfo: enormi, reali, finanziati con cifre che nessun altro promotore del Mondiale potrebbe permettersi, ma soggetti agli stessi ritardi che affliggono qualunque cantiere di quella scala. Non è un caso isolato o motivo di scetticismo particolare: è semplicemente la normalità con cui si muovono le gigaprogettualità saudite, ed è bene ricordarlo prima di dare per scontato che il 2028 sia una data di fatto.

Quello che resta, allora, non è tanto la domanda “ci correrà la Formula 1 a Qiddiya”, quanto un’altra, più interessante: cosa significa per il Mondiale continuare ad accettare che i suoi tracciati più spettacolari nascano non dalla tradizione o dalla morfologia di un territorio, ma da un disegno a tavolino finanziato per generare attenzione globale? The Blade, se funzionerà, sarà un capolavoro di ingegneria e comunicazione insieme. Se non funzionerà come sperato — o se i tempi slitteranno ancora, come sembra già messo in conto dagli stessi sauditi — resterà comunque il segno di un modo nuovo, e per certi versi inedito, di costruire il calendario della Formula 1: non più inseguendo i circuiti, ma facendoli costruire su misura per la propria spettacolarità. Sta alla Formula 1, oltre che ai suoi ingegneri, decidere se questa è la direzione che vuole davvero prendere.