C’è un momento preciso, ormai, in cui la Ferrari smette di essere una macchina da gara e diventa un’incognita.
Non è la partenza. Non è il primo stint.
È dopo.
Sempre dopo.
Lo schema si ripete con una puntualità quasi inquietante: prima metà gara in controllo, seconda metà in affanno. A Miami è stato semplicemente l’ennesimo capitolo di una storia già vista. E la cosa più preoccupante non è che succeda — ma che nessuno sappia davvero spiegare perché.
Manuel Codignoni lo ha sintetizzato in maniera brutale durante Pit Talk:
«Fino a metà gara Leclerc stava lì, era in partita. Il grosso l’ha perso nella seconda parte.»
E questo è il punto.
La Ferrari non è fuori gioco dall’inizio. Ci arriva da sola.
Il vero problema: non è velocità, è resistenza
Per anni il dibattito su Ferrari è stato semplice: manca performance.
Oggi no.
La SF-26 (o quello che è diventata questa macchina) la velocità ce l’ha, almeno per restare agganciata al gruppo di testa. Il problema è che non la tiene.
È una macchina che sembra funzionare “a tempo”.
Funziona per 20-25 giri. Poi qualcosa cambia:
- il passo cala
- gli avversari scappano
- la gara si sfila dalle mani
E non parliamo di dettagli. Parliamo di un crollo sistematico.
Le due ipotesi: gomme o Power Unit?
Codignoni prova a mettere giù due piste, senza fare il tecnico — ma centrando il problema meglio di tanti ingegneri:
«Non so se è gestione gomme o un problema di Power Unit… da un certo punto in poi finisce la batteria e perde.»
Tradotto: Ferrari potrebbe avere un limite strutturale in uno di questi due ambiti:
1. Gestione gomme
Se fosse questo il problema, sarebbe gravissimo.
Perché significherebbe che la macchina:
- stressa troppo gli pneumatici
- non riesce a mantenerli nella finestra ideale
- paga il degrado più degli altri
E questo, nel motorsport moderno, è una condanna.
2. Energia e Power Unit
Qui il discorso si fa ancora più delicato.
Se davvero la Ferrari:
- scarica troppo presto la batteria
- o ricarica meno efficacemente
allora il problema non è di setup. È di concetto.
E nel 2026, con l’elettrico che pesa sempre di più, significa essere fuori dal gioco che conta.
Il dettaglio che preoccupa davvero
La parte più inquietante non è tecnica. È strategica.
Perché questo difetto non è nuovo.
Non è nato a Miami.
Non è un caso isolato.
È un pattern.
E quando un problema si ripete senza essere risolto, le opzioni sono due:
- non lo hai capito
- non riesci a correggerlo
Entrambe, in F1, sono pessime notizie.
Leclerc resta… ma per quanto?
In questo contesto, anche la lettura su Charles Leclerc cambia completamente.
Perché finché la Ferrari è lenta, puoi parlare di pazienza.
Ma quando la macchina c’è a metà… e poi sparisce, diventa una questione mentale.
Ti illude.
E poi ti tradisce.
E infatti iniziano ad arrivare segnali:
- errori in pista
- nervosismo via radio
- frustrazione crescente
Non è più solo un problema di risultati. È un problema di fiducia.
Il rischio più grande: non capire il difetto
Ferrari oggi è in una zona grigia pericolosissima.
Non è dominante.
Non è disastrosa.
È incompleta.
E una macchina incompleta è la più difficile da correggere, perché:
- non sai dove intervenire con precisione
- rischi di peggiorare quello che funziona
- perdi tempo, mentre gli altri scappano
E nel frattempo:
- Mercedes è costante
- McLaren cresce
- gli aggiornamenti arrivano
Ferrari, invece, resta lì. A metà.
La verità che fa più male
Il punto è uno solo:
questa Ferrari non perde perché è lenta. Perde perché non regge.
E finché non si risolve questo difetto, non esiste:
- strategia
- pilota
- aggiornamento
che possa cambiare davvero le cose.
Perché puoi anche stare davanti per metà gara.
Ma in F1 conta dove sei alla fine.





