Tra il secondo titolo di Alberto Ascari, nel 1953 con la Ferrari, e quello di Kimi Antonelli sono passati settantatré anni. Il nuovo campione italiano ha vinto su una Mercedes, monoposto progettata e costruita in Inghilterra da un marchio tedesco. In tutto questo tempo, per un pilota italiano la strada verso il vertice è stata spesso in salita. Vitantonio Liuzzi, in Formula 1 dal 2005 al 2011 con Red Bull, Toro Rosso, Force India e HRT, quella salita l’ha fatta in prima persona e conferma che non si tratta di una leggenda.
«Sicuramente ci sono stati dei periodi in cui è stato molto più difficile. Il mio personalmente lo era, perché fondamentalmente avevamo un team di bandiera, la Ferrari, la Rossa, che per sue decisioni politiche per un lungo periodo non prendeva piloti italiani.»
Maranello era solo una parte del quadro. Liuzzi descrive un ambiente legato alla mentalità inglese e un forte peso dei costruttori tedeschi: in quegli anni la BMW aveva una sua squadra, la Mercedes motorizzava la McLaren prima di rilevare la Brawn per il 2010, e la Toyota aveva la sede operativa a Colonia. In quel contesto, racconta, gli italiani facevano un po’ più fatica. Negli ultimi dieci anni però qualcosa si è mosso:
«Devo dire che negli ultimi dieci anni c’è stata un’apertura maggiore verso il nostro mondo italiano, verso i piloti intendo, perché ovviamente noi abbiamo sempre avuto la Ferrari, che è un team che ha fatto la storia della Formula 1. I piloti invece hanno iniziato a essere un pochettino più ben visti, più che appoggiati, perché appoggiati non è la parola giusta.»
Liuzzi sceglie le parole con attenzione e si tiene lontano da qualsiasi teoria del complotto. Descrive un ambiente in cui un pilota italiano doveva semplicemente sudare un po’ di più degli altri.
L’italiano in Rosso
Il capitolo Ferrari resta il più delicato. L’ultimo italiano titolare a Maranello è stato Ivan Capelli, nel 1992, e non arrivò nemmeno a fine stagione. Dopo di lui solo sostituzioni, l’ultima di Giancarlo Fisichella nelle cinque gare conclusive del 2009. Che il titolo di Antonelli possa smuovere qualcosa anche lì, Liuzzi lo dà quasi per scontato. Ai suoi tempi, spiega, il motivo era soprattutto di opportunità:
«Sicuramente questa grande impresa di Kimi ha un po’ sdoganato questa visione. Ma io, nel mio periodo, l’ho sempre vista come una mentalità più a livello politico: avere il pilota italiano in un team italiano comporta una pressione particolare, perché i media enfatizzano molto la situazione. C’è sempre stata tanta pressione mediatica sulla Ferrari, e in più su un pilota italiano che corresse in Ferrari: penso che la situazione potrebbe diventare molto più pesante nel momento in cui le cose non andassero per il meglio.»
Quell’argomento, per Liuzzi, oggi ha perso gran parte della sua forza:
«Adesso secondo me è diverso, dopo aver dimostrato tutto il valore che noi italiani possiamo avere: di essere piloti completi a tutto tondo, non soltanto veloci in pista ma capaci di gestire a 360 gradi tutta la pressione e lo stress di un campionato di Formula 1 così difficile, come ha fatto Kimi.»
È il parere di chi quell’epoca l’ha vissuta da pilota, non un’indicazione sulle scelte future della Ferrari. Ma il ragionamento regge: la pressione che spaventava Maranello Antonelli l’ha retta per un’intera stagione, con tutta l’Italia a guardarlo.
Un periodo d’oro
Liuzzi guarda anche oltre la Ferrari. Per lui il titolo avrà un effetto traino su tutto il movimento:
«Penso che questo aiuterà molto il motorsport italiano da adesso in futuro, perché c’è tanto fermento, ci sono tanti ragazzi giovani che meritano e che promettono bene. Secondo me è un periodo d’oro, e ringrazieremo sempre Kimi per quello che ha dimostrato e per le porte che sta aprendo a tutto il motorsport italiano a livello mondiale.»
C’è stato un tempo, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, in cui le griglie erano piene di piloti italiani. Liuzzi conferma che erano tantissimi. Eppure nessuno riuscì a vincere il mondiale. Antonelli ci è arrivato al secondo anno, e secondo Liuzzi molto dipende dalla persona prima ancora che dal pilota:
«Volevo sottolineare la genuinità di Kimi, perché il bello di Kimi è che dà un’immagine sana di pilota: umile, con ambizioni, con voglia di fare, e questo l’ha portato in poco tempo a raggiungere obiettivi importantissimi. Per me l’immagine del nostro campione del mondo di Formula 1 è qualcosa di unico, che penso in pochi abbiano nei vari sport a livello mondiale.»
Se le porte si stanno davvero aprendo lo diranno i prossimi anni, a partire dai giovani italiani che oggi corrono nelle formule minori. Gli anni Novanta insegnano che la quantità da sola non basta. Questa volta, almeno, chi arriva ha un riferimento in cima alla classifica.





