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martedì, Ottobre 13, 2026
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Hamilton presenta il conto a Vasseur: luna di miele finita

A Maranello la luna di miele tra Lewis Hamilton e Fred Vasseur sembra al capolinea. Dopo mesi di documenti, richieste di cambiamenti organizzativi e lo strappo con l'ex ingegnere di pista Riccardo Adami, il sette volte campione avrebbe chiesto nuovi ritocchi allo staff impegnato in pista. Il rapporto con il team principal, già messo alla prova dallo scontro con Charles Leclerc a Monza sulle regole d'ingaggio, si raffredda proprio mentre tornano a circolare i nomi di Antonello Coletta e Christian Horner come possibili alternative sul muretto Ferrari.

Hamilton in azione con la SF-26 durante il GP d'Italia. Credits: Scuderia Ferrari HP via X #F1 #ItalianGP

Sette titoli mondiali non entrano in Ferrari in punta di piedi. Entrano con un bagaglio enorme, un cronometro in una mano e un manuale d’istruzioni nell’altra.

Lewis Hamilton non è arrivato a Maranello per contemplare le fotografie di Schumacher, indossare il rosso e aggiungere un’ultima pagina romantica alla propria carriera. È arrivato per vincere l’ottavo Mondiale. E, soprattutto, con la convinzione di conoscere almeno una parte della strada necessaria per farlo.

Adesso, però, quella strada sembra essersi trasformata in una resa dei conti.

Hamilton avrebbe chiesto di modificare alcune figure chiave impegnate nelle attività in pista. Dal paddock filtrerebbe inoltre un progressivo raffreddamento del rapporto con Fred Vasseur, l’uomo che più di ogni altro aveva voluto Lewis alla Ferrari.

Non esistono, al momento, conferme ufficiali né nomi messi pubblicamente sul tavolo. Sarebbe quindi scorretto trasformare un’indiscrezione in una sentenza o parlare con certezza di una lista di proscrizione preparata dal britannico.

Sarebbe però altrettanto ingenuo liquidare tutto come il solito pettegolezzo da paddock. Perché la voce non nasce nel vuoto. Arriva alla fine di un percorso che Hamilton ha tracciato pubblicamente, documento dopo documento, critica dopo critica, richiesta dopo richiesta.

Hamilton non vuole soltanto una Ferrari più veloce

Già nel luglio 2025 Lewis aveva spiegato di aver consegnato alla squadra un primo documento dopo le gare iniziali e altri due durante la pausa estiva. Non semplici osservazioni sull’assetto della monoposto, ma relazioni riguardanti anche gli aggiustamenti strutturali necessari alla Scuderia.

Hamilton disse chiaramente di voler mettere in discussione ogni area e soprattutto chi, ai vertici, aveva il compito di prendere le decisioni.

Parole pesanti, forse sottovalutate perché pronunciate mentre la prima stagione ferrarista del britannico stava assumendo i contorni di un calvario. Ma il messaggio era già chiarissimo: Lewis non voleva semplicemente adattarsi alla Ferrari. Voleva cambiare la Ferrari.

Il primo scossone concreto è arrivato con Riccardo Adami, trasferito ad altre mansioni dopo una collaborazione tormentata e sostituito sul muretto di Hamilton. Una decisione definita “difficile” dallo stesso pilota, che non nascose però la propria preoccupazione per l’assenza immediata di una soluzione stabile.

Quella vicenda dimostrò due cose. La prima: Hamilton era disposto a incidere direttamente sull’organizzazione del proprio gruppo di lavoro. La seconda: Ferrari era pronta ad ascoltarlo ma non necessariamente capace di offrirgli subito tutte le risposte.

Se oggi Lewis avesse davvero chiesto altri cambiamenti nelle attività in pista, non saremmo quindi davanti a un fulmine improvviso. Sarebbe il passo successivo di una ristrutturazione cominciata molto tempo fa.

Da alleato di Vasseur a suo principale accusatore?

Il ruolo di Fred Vasseur in questa vicenda è centrale. Il francese è stato il grande garante dell’operazione Hamilton. Lewis lo ha sostenuto pubblicamente nei momenti più complicati, definendolo l’uomo giusto per riportare la Ferrari al vertice. Vasseur, dall’altra parte, ha costruito intorno al sette volte campione una delle più clamorose operazioni sportive e mediatiche della storia recente della Formula 1.

Il problema è che un’alleanza fondata sulla promessa di vincere resta solida soltanto finché quella promessa appare credibile.

Hamilton non può criticare procedure, strategie, comunicazione, organizzazione e figure operative senza che quelle critiche, prima o poi, arrivino sulla scrivania del team principal. Vasseur può sostituire un ingegnere, rivedere una procedura e convocare tutte le riunioni del mondo. Ma se il sistema continua a disperdere punti e occasioni, il responsabile finale resta lui.

Lo scontro di Monza fra Hamilton e Leclerc ha reso visibile questa distanza.

Lewis ha ricordato che alla Mercedes esistevano regole d’ingaggio scritte e ha chiesto alla Ferrari di dotarsi di un sistema più chiaro. Vasseur ha replicato che i principi della squadra sono già definiti e non serve compilare un codice per ogni situazione possibile.

Formalmente parlavano del duello fra i piloti. In realtà stavano discutendo di qualcosa di molto più grande: il metodo.

Hamilton chiede procedure, responsabilità e confini stabiliti in anticipo. Vasseur preferisce una gestione più elastica, basata su principi generali e interventi calibrati sulle circostanze. È il confronto fra la cultura organizzativa che Lewis ha conosciuto nella Mercedes dominante e quella Ferrari, più verticale, emotiva e spesso costretta a reagire agli eventi anziché anticiparli.

È una divergenza politica, non ancora una guerra personale.

Il paradosso del rivoluzionario Hamilton

Nel merito, Hamilton ha almeno in parte ragione. La Ferrari continua a mostrare limiti che non possono essere attribuiti soltanto alla monoposto. Occasioni sprecate, esecuzioni imperfette, tensioni fra i piloti, difficoltà nel trasformare le buone idee in prestazione costante. A Madrid anche l’affidabilità ha presentato il conto, fermando Lewis per un problema al brake-by-wire proprio mentre la corsa al titolo diventava definitivamente un affare altrui.

La SF-26 ha dei difetti. Ma una macchina con dei difetti può comunque essere sfruttata meglio. Ed è esattamente questo il terreno sul quale Hamilton sta cercando di intervenire.

Esiste però anche l’altra faccia della medaglia.

Lewis non è un consulente esterno mandato a certificare l’efficienza di Maranello. È uno dei due piloti e fa parte del risultato finale. Se ogni difficoltà produce un nuovo dossier, una nuova richiesta organizzativa o un nuovo uomo da cambiare, il rischio è quello di creare una rivoluzione permanente. E le squadre di Formula 1 non vincono vivendo in uno stato di epurazione continua.

La Ferrari conosce fin troppo bene questa malattia. Per anni ha cambiato uomini nel tentativo di evitare di cambiare davvero sistema. Via il tecnico, via il responsabile, via il team principal: ogni volta un nuovo inizio, ogni volta la promessa che il problema fosse finalmente stato individuato.

Hamilton può spezzare questo meccanismo oppure diventarne l’ennesimo protagonista.

La Ferrari ha assunto un pilota o un rifondatore?

La questione decisiva non riguarda quindi le singole “teste” che Lewis avrebbe chiesto. Riguarda il mandato ricevuto dal britannico.

La Ferrari ha ingaggiato Hamilton soltanto per guidare oppure gli ha concesso anche il potere di ridisegnare una parte della squadra? E fino a che punto Vasseur è disposto ad accettare che l’uomo portato a Maranello come simbolo del proprio progetto ne diventi il revisore più severo?

Dopo Monza alcune ricostruzioni hanno raccontato di una crescente pressione sul team principal da parte dei vertici ferraristi, arrivando a riportare nuovamente i nomi di Antonello Coletta e Christian Horner fra le possibili alternative future. Non risultano trattative o decisioni già prese, ma il fatto stesso che certe candidature tornino a circolare racconta quanto fragile possa diventare il terreno sotto i piedi di Vasseur.

Il francese deve ora compiere l’operazione più difficile: trasformare l’insoddisfazione di Hamilton in energia per la squadra, senza permettere che diventi una guerra interna.

Perché Lewis può essere il più importante alleato di Vasseur, ma anche il testimone più autorevole del suo eventuale fallimento.

Quando un sette volte campione sostiene pubblicamente che la cultura di una squadra deve cambiare, non sta soltanto cercando qualche centesimo sul giro. Sta mettendo in discussione il modo in cui quella squadra pensa, decide e reagisce.

La luna di miele è finita. Hamilton ha presentato il conto e adesso qualcuno dovrà pagarlo, con risultati o, prima o poi, con la propria poltrona.

Stabilire se Lewis abbia davvero chiesto delle teste conta meno di capire se la Ferrari riuscirà finalmente a usare una testa sola.