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venerdì, Agosto 14, 2026
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Patrick Depailler, Icaro moderno

Ripercorriamo la carriera di Patrick Depailler, pilota francese di talento cristallino perseguitato per tutta la carriera da un destino avverso. Dagli esordi in Tyrrell fino alla vittoria di Monaco nel 1978 e al passaggio in Ligier, una storia di rimonte, fratture e rinascite, interrotta tragicamente nel 1980 durante un test privato ad Hockenheim con l'Alfa Romeo.

Dotato di una guida ruvida, come era nello stile di quegli anni, e appoggiato dalla compagnia petrolifera francese Elf, Patrick Depailler debuttò nella massima formula nel 1972, con la Tyrrell.

La bravura del pilota si mise subito in evidenza, tanto che nel Gran Premio degli Stati Uniti riuscì a sfiorare la zona punti, chiudendo settimo.

Mentre stava per finalizzare l’accordo con la Tyrrell per la stagione 1973, un incidente in moto lo fece cadere, fratturandosi seriamente una gamba e saltando l’intera stagione.

Purtroppo questo sarà il denominatore comune della sua carriera: ogni volta che sta per spiccare il volo, il destino lo frena, come fosse Icaro troppo vicino al sole.

Rientrato con la Tyrrell nel 1974, nonostante i primi Gran Premi non fossero esaltanti — anche a causa delle fratture non ancora del tutto guarite — dal Sudafrica cominciò ad arrivare a punti e in Svezia ottenne la sua prima pole position, la prima in assoluto per un pilota francese.

Una pessima partenza gli costò la vittoria, andata al compagno di squadra Jody Scheckter: a Depailler restò comunque il giro più veloce.

Nella stagione successiva si mise ancora in mostra con buone prestazioni, arrivando a conquistare il terzo posto in carriera, sempre in Sudafrica, circuito a lui particolarmente congeniale. Nonostante alcuni errori di guida, la Tyrrell intuì il potenziale del proprio pilota e lo riconfermò per la stagione seguente.

La stagione 1976 sarà la sua migliore: la costanza dei podi conquistati nelle prime gare fa pensare a un pilota ormai arrivato a maturazione.

Dal Gran Premio di Spagna portò in pista la nuova Tyrrell P34 a sei ruote. Galvanizzato dal progetto, riuscì a lottare spesso nelle prime posizioni, dando del filo da torcere addirittura a James Hunt, futuro campione del mondo.

L’addio del compagno di squadra Scheckter lo illuse per un attimo di essere diventato la prima guida del team; illusione durata solo un istante, perché la scuderia inglese non poteva permettersi una vera prima guida e gli affiancò Ronnie Peterson, un’altra prima guida dallo stile ruvido, tanto ostico in pista quanto leale come compagno.

Dopo i primi test capì però che i problemi non sarebbero arrivati dal compagno, bensì dal progetto P34, ormai plafonato nelle prestazioni, soprattutto per il mancato sviluppo dei pneumatici anteriori da parte della Goodyear.

Nonostante tutte le difficoltà, allo spegnersi del semaforo il francese dà sempre prestazioni eccezionali, arrivando a conquistare il record dell’epoca per il maggior numero di podi ottenuti prima di cogliere la prima vittoria in carriera, che sarebbe arrivata solo due stagioni più tardi.

Accantonata la sei ruote, la stagione 1978 lo rivede protagonista: in Sudafrica solo poche gocce di benzina gli negano un successo meritato, mentre a Long Beach conquista il terzo posto, dimostrando grande controllo e sangue freddo tra i muretti americani.

A Monaco il francese conquistò il suo primo Gran Premio in carriera, diventando un candidato alla corsa al titolo.

Le illusioni durarono lo spazio di una corsa: in Belgio la Lotus 79 fece il proprio debutto a effetto suolo, cambiando per sempre il modo di intendere le corse.

La sua Tyrrell 008 perse competitività: solo in Austria, sotto il diluvio, riuscì a piazzarsi a podio. Ormai stanco della scuderia inglese, per il ’79 decise di accasarsi alla Ligier, del vulcanico Guy Ligier.

La squadra francese preparò una vettura bellissima, la JS11, che fin dai primi test dimostrò di poter recitare, finalmente, un ruolo da protagonista.

Nonostante gli attriti con il pilota storico della scuderia francese, Laffite, la stagione sembrò nascere sotto una buona stella: arrivò a vincere in Spagna il suo secondo Gran Premio in carriera.

Quando la stagione era ancora incerta ma promettente, il destino tornò a bussare prepotentemente: un incidente in deltaplano gli procurò gravi fratture, scatenando l’irritazione del patron Ligier, che senza pensarci troppo lo licenziò in tronco.

Accasatosi all’Alfa Romeo, si rese conto che la base della vettura era molto buona: l’unico problema era tornare ad adattarsi alla guida di una monoposto.

Per adattarsi al meglio e allenare il fisico ancora debole, partecipò a tutti i test in programma; in Germania, circuito velocissimo per eccellenza, decise di provare la sua Alfa per prepararla al meglio in vista della gara successiva.

Mentre era in pista a oltre 280 km/h, un cedimento della sospensione pose fine alla sua storia: uscì di pista contro le barriere, morendo sul colpo.

Nel successivo Gran Premio di Germania, il suo ex compagno Laffite, vincitore, non festeggiò, per rispettare il ricordo di questo Icaro della F1 che, ogni volta che stava per spiccare il volo, si vide tarpare le ali dal destino — lasciandoci il ricordo di un talento rimasto in parte inespresso.

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