
La Ferrari continua a inseguire quel titolo mondiale che manca ormai da quasi vent’anni e, dopo l’ennesimo fine settimana deludente in Ungheria, tornano inevitabilmente le domande su ciò che serve davvero a Maranello per colmare il divario dai migliori. Per Luigi Mazzola, storico ingegnere della Scuderia e protagonista dell’epoca d’oro di Michael Schumacher, la risposta è molto meno tecnica di quanto si possa immaginare.
Intervenuto ai microfoni di Pit Talk, Mazzola ha indicato quello che, a suo giudizio, rappresenta il principale limite strutturale della Ferrari moderna: la capacità di attrarre e trattenere i migliori talenti internazionali.
Ferrari, il problema non è la condivisione dei dati
Partendo da un confronto con la cosiddetta “Motor Valley” britannica, dove hanno sede gran parte delle squadre di F1, Mazzola ha ridimensionato uno dei luoghi comuni più diffusi: il vantaggio delle squadre inglesi non nasce tanto dalla condivisione di informazioni, quanto dalla continua circolazione di competenze e metodologie.
“È più una questione di tecnici che di dati. Quello che conta è avere un team formato da competenze diverse, con culture diverse, aria fresca presa di volta in volta dal team più performante.”
Secondo l’ex ingegnere Ferrari, il continuo movimento di uomini tra le scuderie britanniche permette una contaminazione di idee che accelera l’innovazione tecnica e organizzativa. Un meccanismo che a Maranello, per ragioni geografiche e culturali, risulta inevitabilmente più difficile da replicare.
— Scuderia Ferrari HP (@ScuderiaFerrari) July 31, 2026
Perché i migliori tecnici scelgono ancora l’Inghilterra
Mazzola individua diversi fattori che rendono meno semplice convincere un professionista straniero a trasferirsi in Italia.
Il primo è pratico: la lingua. Il secondo è culturale. Ma, soprattutto, conta la percezione della stabilità dell’ambiente di lavoro.
“L’Inghilterra è un po’ più una zona di comfort. Venire in Italia… la lingua è già un ostacolo.”
A questo si aggiunge anche il timore di entrare in un’organizzazione che, negli ultimi anni, ha vissuto diversi cambiamenti ai vertici.
“Se c’è un continuo cambiamento, si ha un po’ paura. Si sta meglio dove conosci la lingua, dove conosci l’ambiente.”
Secondo Mazzola, questi aspetti possono influenzare in maniera decisiva la scelta dei migliori progettisti, che spesso preferiscono rimanere all’interno del consolidato ecosistema britannico.
Budapest, un’occasione sprecata
Nel corso dell’intervista, Mazzola è tornato anche sul deludente Gran Premio d’Ungheria della Ferrari.
A suo giudizio, la SF-26 aveva il potenziale per ottenere un risultato decisamente migliore, ma il weekend sarebbe stato compromesso da una gestione poco precisa dei dettagli.
“La prestazione l’hanno presa, però si sono fatti degli errori. Magari non si è andati abbastanza nel dettaglio per curare tutte le cose.”
Una riflessione che sposta il focus dalla competitività della monoposto alla qualità dell’esecuzione, aspetto che negli ultimi anni ha spesso fatto la differenza tra la Ferrari e le squadre di riferimento.
La vera sfida è costruire un ambiente vincente
Per Mazzola, però, la situazione non è irreversibile. Al contrario, la Ferrari può tornare a essere una destinazione ambita per i migliori tecnici, a patto di offrire un progetto stabile e una leadership riconoscibile.
“Se il team si struttura in un gruppo comandato e diretto con una certa solidità e continuità, allora questo favorisce l’ingresso di altri.”
L’ex ingegnere lascia però anche una riflessione più diretta sul momento che vive la Scuderia.
“Secondo me, quello che mette un po’ paura in questo momento sono i vertici della Ferrari.”
Una considerazione destinata a far discutere, perché individua nella governance e nella stabilità manageriale un elemento decisivo per il futuro di Maranello.
Il messaggio finale è chiaro: il problema della Ferrari non è soltanto trovare qualche decimo in pista, ma creare un’organizzazione capace di attrarre le migliori menti della Formula 1 e metterle nelle condizioni di lavorare con continuità. È da lì, secondo Mazzola, che passa la strada per tornare davvero a lottare per il Mondiale.













