Il sogno non venduto per profezia
Nelle battute finali del terzo stint di Pit Talk, ieri, abbiamo congedato Manuel Codignoni con un augurio che da queste parti pesa più di un saluto: rivederlo prima o poi al microfono Rai per raccontare un Gran Premio. Codignoni la radiocronaca della Formula 1 su Rai Radio 1 la fa già dal 2019, quindi non parlava da appassionato esterno: parlava da uomo dentro la macchina del servizio pubblico. La sua risposta è arrivata limpida. “La Formula 1 è uno spettacolo, un romanzo come dice sempre Leo Turrini. E il romanzo, per essere popolare, deve…”. L’aggettivo non è stato pronunciato. Lo conosciamo tutti: deve essere accessibile a chiunque.
Granato ha rilanciato con il pronostico-provocazione che ha senso solo nella stagione che stiamo vivendo: “Se Antonelli vince il mondiale, la Rai trasmette il campionato”. Codignoni non ha cavalcato l’onda. Si è preso il tempo della concessione e della doccia gelata. “Mi piacerebbe poterti dire ‘è così’, ma è un po’ più complicata. Però certo: se Antonelli vince il mondiale, un pochino si avvicina”. Quel “un pochino” è la sintesi più onesta che si potesse chiedere a chi conosce il dossier dall’interno.
Quando c’erano i motori nel pomeriggio di casa
Tra metà anni Settanta e seconda metà degli anni Duemila la Formula 1 in Italia è stata un rito laico domenicale. Si pranzava prima per arrivare al via. La voce era quella di Mario Poltronieri, dal 1968 al 1994, accompagnato da Ezio Zermiani dai box, dagli interventi tecnici di Giorgio Piola e Clay Regazzoni. Poi è arrivata la stagione del duopolio con Fininvest, le voci di Andrea De Adamich e Guido Schittone, l’intermezzo Telemontecarlo. Dal 1997 il timone è passato a Gianfranco Mazzoni con Ivan Capelli al commento tecnico: la coppia che ha accompagnato gli anni del Kaiser Schumacher in Ferrari, quando l’inno di Mameli a fine gara faceva tredici milioni di telespettatori. Numeri da finale di Sanremo, oggi inimmaginabili per uno sport tecnico.
Quel mondo è finito in due tappe. Nel 2013 Sky ha acquisito i diritti principali, lasciando alla Rai una coabitazione che già sapeva di addio. Nel 2018 l’addio vero: l’ultima gara trasmessa dal servizio pubblico è stato il Gran Premio d’Italia del 2 settembre. Da allora la F1 italiana è blindata in pay tv. La finestra in chiaro di TV8 (di proprietà Sky, quindi non una vera alternativa) si limita per legge ai weekend di Imola e Monza più le Sprint Race del sabato.
Cosa tiene la F1 lontana da Viale Mazzini
Sgombriamo subito un equivoco che gira in rete da inizio 2025. Sky ha rinnovato l’esclusiva fino al termine della stagione 2027 con un accordo siglato a settembre 2022, esteso anche a Germania (fine 2027) e Regno Unito (fine 2029). Significa che fino a dicembre 2027 nessuna Formula 1 può essere trasmessa in chiaro al di fuori dei perimetri concessi da Sky stessa. Ogni “boutade” sul ritorno anticipato della F1 in Rai deve passare prima dal portafoglio di Sky, poi dal placet di Liberty Media. Una doppia chiave non si forza con un tweet di buongiorno.
Le voci che si sono succedute negli ultimi due anni vanno comunque pesate. A luglio 2023 Stella Bruno, storica inviata Rai nel paddock, viene nominata vicedirettrice di RaiSport con delega ai motori. Su X promette di “lavorare per portare qualche gara di F1 sulla Rai, senza togliere nulla a Sky” — poi cancella il tweet poche ore dopo, senza spiegazioni. Un dettaglio che la dice lunga sui margini reali di manovra a Viale Mazzini. A gennaio 2025 l’ondata Hamilton-Ferrari riapre la partita: il direttore uscente di RaiSport Iacopo Volpi, raggiunto da Virgilio Sport, sintetizza così: “Non ho notizie ufficiali però sicuramente la Rai ci prova. Sarebbe interessante”. Lo scorso settembre lo stesso quotidiano sportivo ha invece raccolto la smentita di Sandro Iacobini, caporedattore centrale di RaiSport, su un suo presunto incontro con Stefano Domenicali. La sua risposta vale come una porta chiusa: “Ero all’oscuro di tutto. Non ho mai incontrato il CEO Stefano Domenicali. Ogni eventuale interesse da parte di Rai legato alla Formula 1 è di pertinenza del Direttore di Rai Sport e dell’AD, transitando dai Diritti Sportivi”. Nessun negoziato in corso, almeno alla luce del sole.
C’è poi l’aritmetica, quella che Codignoni padroneggia meglio dei tweet entusiasti. Quando nel 2012 Bernie Ecclestone chiese a Viale Mazzini cifre giudicate inaccettabili per il rinnovo previsto dal Patto della Concordia, la Rai accettò un compromesso al ribasso per i soli diritti in chiaro. L’ultimo pacchetto Rai-FOM, prima dell’uscita di scena del 2018, valeva attorno ai 23 milioni di euro l’anno per nove dirette più tutte le differite. Una cifra che oggi, con la valutazione gonfiata dall’effetto Drive to Survive e dall’ingresso degli Stati Uniti come mercato strategico, non basterebbe nemmeno per un pacchetto highlights di stagione.
Sul piatto della bilancia pesa anche il tipo di prodotto. La F1 è uno sport che vende abbonamenti: Sky in Italia ha registrato un +20% di ascolto medio nel 2022, il GP di Monza dello stesso anno ha portato 4,78 milioni di spettatori medi tra Sky e TV8 con il 39,9% di share. Sono dati che Liberty Media legge come un asset ben sfruttato. Le voci sul “malcontento di Liberty per gli ascolti italiani” rimbalzate a inizio 2025 sembrano francamente una semplificazione: il mercato italiano è uno dei più sani del portafoglio Sky.
E poi c’è il convitato di pietra che chi sogna il ritorno preferisce non nominare: la fragilità strutturale di Viale Mazzini. Il canone resta inchiodato a 90 euro a famiglia, con un gettito complessivo intorno a 1,9 miliardi annui sotto pressione politica ciclica (la proposta di taglio a 70 euro è tornata anche nella legge di bilancio 2026 prima di arenarsi sul veto di Forza Italia). La raccolta pubblicitaria si muove in un mercato saturato dalle piattaforme over-the-top. Soprattutto, la redazione motori del servizio pubblico è di fatto smobilitata dal 2018: anche la Formula E è finita su Italia 1. Ricostruire una macchina produttiva capace di seguire un mondiale da 24 Gran Premi richiede investimenti, professionalità e tempo che oggi a Saxa Rubra semplicemente non ci sono.
Il vero scenario è il 2028 (e c’entra Apple)
A questo punto serve uno sguardo lungo. Il 17 ottobre scorso Liberty Media ha annunciato l’accordo quinquennale con Apple TV per i diritti USA, dal 2026 al 2030, valutato intorno ai 150 milioni di dollari l’anno: Cupertino ha sottratto il pacchetto americano a ESPN sull’onda planetaria di F1 The Movie. Nessuno crede davvero che Apple voglia fermarsi all’America. Il contratto Sky Italia scade a fine 2027, quello Sky Germania pure, quello Sky UK nel 2029. La finestra del 2028 è quella in cui Liberty Media potrebbe sedersi al tavolo con un’asta diversa da tutte le precedenti: streaming globale contro pay tv tradizionale, con il servizio pubblico (Rai o chi per essa) come contrappeso politico per non perdere la base nazionale.
Qui il sogno di Codignoni torna realistico. Non perché lo Stato italiano possa battere economicamente Sky o Apple. Perché lo schema 2013-2017 resta replicabile: Sky tiene l’esclusiva pesante, la Rai compra un pacchetto da nove o dieci dirette più le differite, Liberty mantiene la finestra in chiaro che politicamente non vuole perdere. Se nel frattempo Andrea Kimi Antonelli, oggi a 100 punti dopo la tripletta tra Cina, Giappone e Miami, dovesse davvero portare a casa un titolo che manca a un italiano dal 1953 di Alberto Ascari, allora la pressione politica e d’opinione su una scelta da servizio pubblico diventerebbe difficilissima da ignorare. Il romanzo popolare evocato da Turrini smetterebbe di essere una citazione: tornerebbe a essere mandato istituzionale.
Un pilota italiano guida il mondiale a 19 anni, una Ferrari insegue e vuole tornare a vincere, ogni domenica che passa quel racconto diventa più difficile da tenere chiuso in pay tv. Il 2028 è la finestra. Se Viale Mazzini arriverà a quell’appuntamento con un progetto industriale vero invece che con un’altra dichiarazione d’intenti, allora il “un pochino si avvicina” di Codignoni potrebbe finalmente diventare qualcosa di misurabile. Altrimenti resterà esattamente quello che è adesso: un sogno onesto, pronunciato da chi sa benissimo quanto costa realizzarlo.





