Cremonesi: accrediti F1 blindati per podcast e nuovi media

Andrea Cremonesi, National Press Officer dell'Autodromo di Monza e addetto stampa ACI Sport, smonta al podcast Pit Talk il sistema degli accrediti in Formula 1. Tra controllo centrale, diritti audio e video da 1,21 miliardi di dollari da proteggere ed esclusioni che colpiscono anche le testate storiche, emerge un paradosso: mentre il pubblico cresce e i nuovi media trainano l'engagement, l'accesso ai Gran Premi resta un privilegio per pochi. Una rigidità che ha le sue ragioni economiche, ma rischia di tagliare fuori la community e le nuove generazioni di appassionati.

Il paradosso: pubblico enorme, accesso limitato

La F1 cresce, i numeri esplodono, i contenuti si moltiplicano. Ma l’accesso resta blindato.

È questo il grande paradosso che emerge dalle parole di Andrea Cremonesi, National Press Officer dell’Autodromo Nazionale Monza e addetto stampa ACI Sport, intervenuto al podcast Pit Talk sul tema accrediti: mentre il pubblico aumenta e i nuovi media dominano il panorama digitale, entrare in un GP resta un privilegio per pochi. E il problema non è (solo) organizzativo.

Cremonesi lo chiarisce subito:

È più un discorso di Formula 1 che della Federazione vera e propria.

Tradotto: il controllo è centrale. E rigidissimo.

Audio e video: il vero muro

Il nodo principale è uno: i diritti. La F1 gestisce in modo estremamente rigido tutto ciò che riguarda audio e immagini, e questo si traduce in una selezione severa degli accrediti.

Ancora Cremonesi:

Sono sempre molto attenti sul discorso di audio e immagini per quanto riguarda le esclusive che vengono vendute.

In pratica:

  • chi entra deve rispettare limiti stringenti;
  • chi produce contenuti digitali è visto come un rischio;
  • chi non rientra nei circuiti tradizionali fatica a trovare spazio.

Ed è qui che nasce il cortocircuito. Perché oggi il pubblico non si informa più solo tramite giornali o TV: si informa tramite podcast, social, contenuti on demand. Eppure il sistema resta ancorato a logiche vecchie.

Quanto vale, davvero, quel «muro»

Per capire il livello di protezione bisogna guardare i numeri. Nel 2025 i diritti media hanno generato per Liberty Media 1,21 miliardi di dollari, circa il 31% dei ricavi totali della Formula 1. È la prima voce di bilancio del Circus, davanti alle quote di iscrizione dei circuiti e agli sponsor.

Ogni broadcaster paga decine, in alcuni casi centinaia di milioni l’anno per detenere l’esclusiva su un mercato. Sky in UK ha rinnovato fino al 2029. Apple ha appena soffiato il pacchetto USA a ESPN per oltre 140 milioni di dollari l’anno.

Da qui la rigidità: ogni clip non autorizzata, ogni audio diffuso senza filtro, ogni immagine fuori controllo è una potenziale erosione del valore di quei contratti. Difendere quel perimetro non è capriccio, è tutela del prodotto.

Il punto è che oggi quel perimetro coincide quasi solo con la TV tradizionale. E il mondo, nel frattempo, si è spostato altrove.

Non è solo un problema dei podcast

Attenzione: non è una battaglia isolata. Non è che i podcast vengono esclusi mentre gli altri entrano tutti. Anzi.

Cremonesi lo ammette apertamente:

Ci sono purtroppo anche testate importanti che si vedono rifiutare l’accredito perché i numeri sono limitati.

Il problema è strutturale:

  • posti limitati;
  • richieste altissime;
  • selezione sempre più dura.

E questo crea un imbuto inevitabile: anche chi «dovrebbe» esserci, spesso resta fuori.

A questo si aggiunge un dato fisico, spesso dimenticato: lo spazio in paddock e in sala stampa è finito. I circuiti possono ospitare un numero chiuso di postazioni, e quando i giornalisti accreditati superano abbondantemente i mille a weekend, qualcuno deve necessariamente restare fuori. Il criterio di selezione, però, è quasi sempre lo stesso: anzianità, testata storica, esclusive da proteggere.

Un sistema che non evolve

C’è però un punto più profondo. Più scomodo. Il sistema accrediti della F1 è rimasto indietro rispetto all’evoluzione dei media.

Oggi un podcast può avere più pubblico di una testata tradizionale, può generare più engagement, più discussione, più impatto. Ma questo non basta.

Cremonesi lo lascia intendere tra le righe, con una certa frustrazione:

Io cerco sempre di spingere per i nostri amici della stampa, ma spesso sono inflessibili.

Inflessibili. È la parola chiave.

Il rischio per la F1

Chiudere le porte ai nuovi media non è solo una questione di accessi: è una scelta strategica. Perché significa:

  • limitare la diffusione spontanea del prodotto;
  • perdere contatto con le nuove generazioni;
  • controllare il racconto… ma renderlo meno vivo.

La F1 vuole proteggere il proprio valore. Ed è comprensibile: 1,21 miliardi di dollari in diritti media non si difendono con la mano leggera.

Ma nel farlo rischia di perdere qualcosa che non sta a bilancio. La voce della community. E oggi, quella voce passa sempre meno dai canali ufficiali.

Ultimi articoli

3,745FollowersFollow
1,230SubscribersSubscribe