Quella domenica a Shanghai è durata vent’anni. Vent’anni di attesa, di bandiere tricolori che sventolavano senza mai sentire l’inno suonare per noi. Poi è arrivato un ragazzo di Bologna a rimettere le cose a posto, sul circuito giusto, nel momento giusto. Ma mentre l’Italia intera festeggiava Andrea Kimi Antonelli sul gradino più alto del podio, a Maranello qualcuno stava probabilmente rileggendo, con lo stomaco in subbuglio, i verbali di una riunione di dieci anni fa.
Perché la storia di come Antonelli sia finito in Mercedes piuttosto che in Ferrari non è una di quelle storie che si raccontano per caso. È una storia di occasioni, di coraggio e della sua totale assenza. E Giovanni Minardi — che di talenti ne ha visti passare a decine, da Alonso in poi — è tra i pochi che può raccontarla dall’interno, senza filtri.
La porta che si apre: Rivola, Minardi e il contatto con la Ferrari
“Siamo partiti con la Ferrari”, ha detto Minardi nella nostra intervista, “perché alla Driver Academy c’era Massimo Rivola, che era stato un nostro ex dipendente in Minardi. Di conseguenza c’era un buon rapporto.” Il filo è sottile, ma è quello che tiene insieme l’intera vicenda: Rivola aveva lavorato con la famiglia Minardi, aveva imparato a fidarsi del loro giudizio, e quando Giovanni bussò alla porta con il nome di un bambino prodigio del karting, lo ascoltò. Portò Kimi a Maranello, lo fece sedere sul simulatore riservato ai giovani dell’Academy. Era tutto pronto.
Poi arrivò il no.
Il no che pesa ancora: Arrivabene ferma tutto
A bloccarlo fu Maurizio Arrivabene, che all’epoca guidava il reparto corse della Scuderia. La motivazione: il ragazzo era troppo piccolo. Troppo giovane per essere valutato. Troppo presto per scommettere. Minardi lo ricorda con la flemma di chi sa già com’è andata a finire: “Non era Rivola a prendere questo tipo di decisioni. Arrivabene rispose esattamente quello che hai detto tu — che era troppo giovane per entrare all’Academy.” Punto, grazie, arrivederci.
Nei mesi successivi bussò alla porta Toto Wolff. E Toto Wolff, notoriamente, non ha l’abitudine di mandare via i bambini prodigio.
Wolff capisce al volo. La Ferrari no.
“Capì al volo che era un pilota con delle qualità diverse da tutti gli altri”, racconta Minardi. “Partì immediatamente la collaborazione.” Mercedes prese Antonelli sotto contratto nel 2019, quando aveva dodici anni. Lo inserì in un percorso strutturato, lo accompagnò tappa dopo tappa, lo protesse dalle pressioni mediatiche, lo promosse direttamente dalla Formula 2 alla Formula 1, saltando la Formula 3. Gli diedero il sedile di Lewis Hamilton. E lui andò a vincere in Cina.
La domanda che non smette di girare, nel paddock e fuori, è semplice: cosa sarebbe successo se Arrivabene avesse detto sì? La risposta onesta è che non lo sapremo mai. Ma Luca Cordero di Montezemolo — che con la Ferrari ha un rapporto sentimentale che va ben oltre il semplice orgoglio aziendale — non ha avuto bisogno di troppa diplomazia per commentare: “Sono molto, molto arrabbiato che non sia alla Ferrari.” Non è una critica. È un atto d’accusa.
E Minardi? Lui chiude il cerchio con quella serenità pacata di chi aveva già visto il film: “Quando lo vidi la prima volta, per me era abbastanza chiaro quello che sarebbe stato il risultato finale della sua carriera. Era assolutamente diretto verso la Formula 1.” Lo sapeva. Rivola lo sapeva. Wolff lo sapeva. L’unico che non sembrava saperlo, a quanto pare, era chi avrebbe dovuto saperlo più di tutti.
An open letter to Kimi ✍️
“Bravissimo. Speed is one thing. Mentality is another. On Sunday, you showed both.
“We’re all so proud of you.”
Click below for the full message from Driver Development Driver Gwen Lagrue 👇
— Mercedes-AMG PETRONAS F1 Team (@MercedesAMGF1) March 22, 2026
Adesso viene il bello — e per Ferrari, il peggio
Adesso Kimi Antonelli ha ventisei gare davanti a sé e una Mercedes che sembra essere la macchina da battere nel 2026. Minardi non ha dubbi: “Sono convinto che nel suo futuro ci saranno tutte le possibilità per lottare per il Mondiale. E speriamo già da quest’anno.” Un Mondiale piloti vinto da un italiano sarebbe la ciliegina su una torta già straordinaria. Una torta che la Ferrari avrebbe potuto cucinare lei, se solo avesse avuto il coraggio di accendere il forno.
Invece ha aspettato. E nel frattempo, a Brackley, qualcuno l’ha già mangiata tutta.





