Oggi, 12 dicembre 2025 è una data cruciale per il motorsport: la Formula 1, la FIA e tutti gli undici team che comporranno la griglia dal 2026 hanno completato la firma del nono Patto della Concordia, suggellando gli equilibri commerciali e di governance che reggeranno il Circus fino alla fine del decennio. Non si è trattato di una passeggiata burocratica. Le negoziazioni con la FIA si sono protratte fino all’ultimo momento utile, segno che dietro le dichiarazioni istituzionali di Stefano Domenicali e Mohammed Ben Sulayem si celano tensioni e compromessi che raramente vengono raccontati al grande pubblico.

Per comprendere appieno la portata di questo accordo, occorre fare un passo indietro e capire cos’è realmente il Patto della Concordia. Non è un semplice contratto commerciale, ma il DNA stesso della Formula 1 moderna, il documento che dal 1981 evita che il campionato imploda sotto il peso di interessi contrastanti e guerre di potere. Il suo stesso nome racconta un’origine drammatica: nasce negli uffici della FIA in Place de la Concorde a Parigi, dopo tredici ore ininterrotte di trattative che misero fine alla cosiddetta “guerra FISA-FOCA”, un conflitto che aveva portato alla cancellazione di gare e minacciato l’esistenza stessa della categoria.
Quel primo accordo del 1981 stabilì principi fondamentali ancora validi oggi: l’obbligo per i team di partecipare a ogni gara, la ripartizione dei diritti televisivi e commerciali, la definizione di chi decide cosa nel circo. Da allora, ogni nuova versione del Patto ha contribuito a modellare la F1 che conosciamo, dal dominio di Bernie Ecclestone fino all’era Liberty Media. E ogni volta, i termini precisi restano gelosamente custoditi: sappiamo quanto vale la vittoria in termini di montepremi, conosciamo l’esistenza del controverso bonus storico di Ferrari, ma i dettagli veri sono riservati.
Il nono Patto, quello appena firmato, si compone di due parti distinte. A marzo 2025 era stato siglato l’accordo commerciale tra F1 e i team, includendo anche la neoarrivata Cadillac che ha pagato 450 milioni di dollari per entrare come undicesimo team. L’accordo di governance, completato solo oggi a Tashkent in Uzbekistan durante le Assemblee Generali della FIA, rappresenta invece il pezzo mancante del puzzle, quello che definisce i rapporti di potere tra federazione, promotore e scuderie.
E qui emergono i veri cambiamenti. Il nuovo Patto modifica sostanzialmente il processo decisionale della F1 Commission, l’organismo che approva le modifiche regolamentari. Dal 2026, per raggiungere una maggioranza normale serviranno solo quattro voti dei team invece dei sei attuali, mentre per una super maggioranza ne basteranno sei anziché otto. Apparentemente un dettaglio tecnico, in realtà una rivoluzione: significa che FIA e FOM guadagnano peso specifico nel processo decisionale, rendendo più difficile per i team bloccare cambiamenti sgraditi. Una mossa strategica che arriva proprio mentre il campionato si prepara alla più grande rivoluzione tecnica degli ultimi anni.
L’altro punto focale riguarda la questione finanziaria. Ben Sulayem ha ottenuto ciò per cui battagliava da tempo: un incremento sostanziale dei fondi destinati alla FIA. I team pagheranno collettivamente circa 15 milioni di dollari in più all’anno attraverso una ristrutturazione delle fee d’iscrizione, con i team di centro gruppo che vedranno aumentare la propria quota di diversi milioni. La promessa della federazione è che questi fondi verranno reinvestiti nella professionalizzazione della direzione gara, dei commissari e dell’expertise tecnico, aspetti su cui sono piovute critiche negli ultimi anni.

Credits: McLaren F1 Team via X
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Il nuovo accordo introduce anche vincoli simbolici ma significativi: dal 2026 ogni monoposto dovrà obbligatoriamente esporre il logo FIA sul muso, una disposizione che testimonia la volontà della federazione di aumentare la propria visibilità in un paddock sempre più dominato dall’immagine commerciale di Liberty Media. E c’è di più: con maggiori risorse a disposizione, la FIA potrebbe finalmente dare il via libera all’espansione delle gare sprint, con l’obiettivo di raggiungere la doppia cifra già dalla stagione 2027.
Tutto questo mentre il Circus si prepara al 2026, anno che segnerà l’inizio di una nuova era con regolamenti completamente rivoluzionati per power unit e telaio. L’abolizione del DRS, l’introduzione dell’aerodinamica attiva, una componente elettrica del motore raddoppiata: sono cambiamenti che ridisegneranno la gerarchia della griglia, e il nuovo Patto della Concordia serve proprio a garantire che questa transizione avvenga in un quadro di stabilità e certezze economiche.
La sensazione, leggendo tra le righe delle dichiarazioni ufficiali, è che questo accordo rappresenti un compromesso faticoso tra visioni diverse del futuro della F1. Liberty Media vuole continuare l’espansione commerciale del brand, la FIA chiede maggiore autorità e risorse per gestire un campionato sempre più complesso e globale, i team cercano di mantenere la propria influenza in un sistema che tende a centralizzare il potere. Il risultato è un documento che garantisce cinque anni di pace armata, con tutti i protagonisti che hanno ottenuto qualcosa ma nessuno che ha vinto su tutta la linea.
E mentre Domenicali celebra i 75 anni di storia della F1 e guarda avanti con ottimismo, mentre Ben Sulayem parla di “ambizione condivisa” e “innovazione tecnologica”, resta la domanda che accompagna ogni Patto della Concordia: quanto durerà questa stabilità prima che nuove tensioni richiedano nuovi negoziati? Perché nella Formula 1, dove ogni millesimo conta e ogni dollaro è conteso, la pace è sempre temporanea e il prossimo conflitto è sempre dietro l’angolo.





