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F1 | Super Max e Kimi illuminano la Strip di Las Vegas

Las Vegas è tornata a fare ciò che ormai sa fare benissimo: trasformare la Formula 1 in uno show che amplifica tutto – i pregi, ma soprattutto i difetti. E quest’anno la notte del Nevada non ha risparmiato nessuno: errori, squalifiche e una pista che cambia condizione ogni tre giri. Un GP che ha acceso i riflettori su tutto: errori, squalifiche, limiti e due performance sublimi.

Una è di un ragazzino terribile di Bologna, Kimi Antonelli. L’altra è dell’alieno di questa epoca, Max Verstappen.

Antonelli, altro che promessa: ormai è sostanza. E pure tanta

Il ragazzino bolognese ha messo in scena una gara che ha stonato con la mediocrità generalizzata. Pulito, rapido, deciso nei sorpassi, glaciale nella gestione gomme: Antonelli sta correndo come chi ha già capito tutto, mentre tanti suoi colleghi oscillano tra errori e amnesie competitive.

Quello che sta vivendo è un momento di forma che definire “ottimo” è riduttivo: è uno slancio continuo, un crescendo weekend dopo weekend. Maturi così a quell’età, in Formula 1, se ne sono visti pochissimi. E a Las Vegas, ancora una volta, la differenza si è vista tutta.

 

Verstappen: Super Max gioca a un altro sport

Chiamarlo “dominante” è una mancanza di rispetto.

Verstappen è arrivato a un livello in cui non compete: sovrasta.

È come presentarsi a un torneo di ping pong con una racchetta da tennis e vincere comunque.

A Las Vegas ha guidato con una maestosità che rasenta l’umiliazione degli avversari:

ritmo costante, gestione perfetta, nessuna sbavatura.

L’immagine è chiara: Super Max si diverte, gli altri sopravvivono.

E lo fa pure sembrare facile.

McLaren: squalifica da incubo.

È inutile girarci intorno: la squalifica di oggi è stata ridicola.

Un team che vuole vincere il mondiale non può sbagliare così.

Non può compromettere tutto per un errore evitabile, banale, quasi dilettantistico.

McLaren oggi è stata la peggior versione di sé stessa: forti in pista, ingenui fuori, e all’arrivo conta solo chi resta dentro il regolamento.

Loro no.

 

Ferrari: sette anni di caos sul bagnato. Set-Te- An-Ni.

Leclerc lo ha detto chiaramente in conferenza:

“Sono sette anni che sul bagnato non riusciamo a far funzionare la macchina.”

E a Las Vegas: copia-incolla del solito disastro.

Appena l’asfalto si è umido la SF-25 è diventata:

  • instabile,
  • inefficiente,
  • incapace di mettere temperatura,
  • incapace di dare fiducia.

Sembra quasi un talento della Scuderia quello di ripetere gli stessi errori per anni.

La pioggia non ha mai mentito: Ferrari si spegne.

E continuare a ignorare questa voragine tecnica è quasi offensivo per i tifosi.

Hamilton: un altro weekend da dimenticare. Ma ormai è la norma.

Non giriamoci intorno: Hamilton continua a non esistere.

La sua stagione è un susseguirsi di gare molli, senza mordente, senza guizzi.

A Las Vegas, di nuovo, si è visto un pilota lento, passivo, incapace di incidere.

Il paragone con Leclerc ormai è impietoso:

uno tira la squadra, l’altro la rallenta.

E ogni weekend che passa diventa sempre più difficile capire cosa stia succedendo a un sette volte campione che sembra aver perso tutto ciò che lo rendeva speciale.

In Ferrari servono performance, non curriculum.

E al momento Hamilton sta portando solo il secondo.

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Tra rovine e luci al neon, solo due verità

Las Vegas ha disintegrato certezze e reputazioni.

Ha ridicolizzato una McLaren disattenta, ha ricordato alla Ferrari il suo incubo sul bagnato, e ha mostrato ancora una volta l’ombra lunga della crisi di Hamilton.

Ma soprattutto ha acceso i riflettori su due colossi:

Antonelli, che corre già come un predestinato,

e Super Max, che continua a riscrivere le gerarchie di questo sport.

Il resto?

Comparse. Neanche troppo brillanti.

nbsp;

 

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