Un 2026 già segnato dal pessimismo
Amos Laurito, ai microfoni di Pit Talk, non usa giri di parole: “Non c’è ottimismo riguardo al 2026, e questo deve già far riflettere”.
Una frase che pesa come un macigno, perché racconta di un ambiente — quello di Maranello — in cui ormai la fiducia nel futuro è evaporata.
La SF-25 è già stata di fatto accantonata, con un occhio esclusivo al nuovo regolamento tecnico. Ma la sensazione, secondo Laurito, è che “potremmo assistere a un altro periodo importante di distacco dai top team”.
Parole che fanno male, ma che sintetizzano ciò che molti dentro e fuori la Ferrari pensano: il 2026 non si prepara solo nei CFD, ma nella mentalità. E quella, oggi, resta il vero tallone d’Achille del Cavallino.
Un Maranello isolato nel cuore dell’Europa dei motori
Il nodo strutturale non è nuovo: la Ferrari paga da decenni la propria isolazione geografica e culturale rispetto agli altri top team.
Laurito lo dice chiaramente: “Forse se avesse una sede in Inghilterra le cose sarebbero ben diverse”.
Non è un’eresia, ma un dato storico. Già John Barnard, negli anni ’90, aveva tentato di creare una base tecnica britannica per attrarre e trattenere ingegneri di alto profilo. Fu fermato.
Montezemolo ci riuscì parzialmente, costruendo il “Maranello Village” p

er ospitare tecnici stranieri e le loro famiglie. Ma oggi quel modello è superato: la Formula 1 moderna vive di osmosi continua tra team, tecnici e culture, e Maranello appare sempre più come una cittadella chiusa, un santuario che non comunica più con il mondo esterno.
In Inghilterra — tra Milton Keynes, Woking e Brackley — basta un’ora di macchina per passare da una galleria del vento all’altra, da un banco prova a un nuovo contratto. A Maranello, invece, tutto resta legato a una catena di comando rigida e vecchia.
Newey, il genio che rappresenta ciò che Ferrari non è più
Ed è qui che entra in scena, anche solo per riflesso, Adrian Newey.
Il nome che da solo evoca un intero modo di fare Formula 1: indipendenza, libertà creativa, intuizione.
Ferrari ha corteggiato Newey più volte, senza mai riuscire a convincerlo. E non solo per motivi economici: Newey non sarebbe mai potuto vivere “ingabbiato” nel sistema maranellese.
Un sistema in cui ogni scelta tecnica passa da comitati, equilibri politici e approvazioni multiple.
Lui, al contrario, è abituato a un foglio bianco e a una squadra costruita intorno alla sua visione.
E mentre a Maranello si discute se aprire una sede inglese sia “un tradimento della Motor Valley”, McLaren e Red Bull continuano a fare sistema, costruendo attorno ai loro tecnici un ambiente fluido, accessibile, internazionale.
Newey è il simbolo di quella libertà ingegneristica che Ferrari ha smarrito: il genio che lavora fuori dalle mura, non dentro un tempio.
2026: l’ultima chiamata
Se il 2026 sarà l’anno del cambiamento regolamentare, per Ferrari potrebbe essere l’ultima chiamata prima di un declino ancora più profondo.
Laurito lo sottolinea con lucidità: “L’anno prossimo saranno 18 anni senza un mondiale. McLaren, che aveva toccato il fondo nel 2022, oggi domina”.
Il paragone è devastante.
McLaren ha vinto perché ha saputo ascoltare, cambiare, rischiare, circondandosi di menti brillanti e lasciando loro spazio.
Ferrari, invece, continua a proteggere il proprio “modello unico” anche quando questo modello non funziona più.
Se non ci sarà una scossa — e magari l’arrivo di una figura forte, un leader tecnico o un visionario alla Newey — il 2026 rischia di diventare la tomba definitiva delle illusioni rosse.
Serve un terremoto, non un restyling
Ferrari non ha bisogno di un nuovo slogan o di una nuova livrea.
Ha bisogno di un terremoto culturale.
Serve aprire le porte, accettare che vincere oggi significa contaminarsi, non isolarsi.
Serve un Newey, o almeno una mentalità alla Newey: coraggiosa, libera, meno italiana e più mondiale.
Perché senza questo cambio di rotta, nel 2027 non ci sarà più da chiedersi se Leclerc resterà… ma chi, davvero, vorrà ancora venire a Maranello.





