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F1 | Ritratti: Gilles Villeneuve, l’uomo che amava correre

Il volo verso la leggendaQuel terribile 8 maggio 1982, quado Mauro Forghieri intuisce che ai box c’è qualcosa che non va. Gilles nell’abitacolo scalpita come un purosangue, vuole uscire per migliorarsi, ma Furia tergiversa, fiuta l’aria e crede non sia il caso di consentire a Villeneuve il tentativo. Gilles insiste e, alla fine, Forghieri cede, a patto che il canadese faccia un solo giro e poi rientri. Villeneuve acconsente, pur di uscire magari per tentare di stare davanti a Pironi. I meccanici gli puliscono le gomme, si accende il motore e si parte. Gilles spinge, nella speranza di dimostrare ancora una volta di essere più forte di tutto e di tutti, ma soprattutto vuole battere Didi. Ma anche questa volta gli finisce dietro, sesto. L’Aviatore rientra ai box, forse imbufalito per non essere riuscito a battere l’odiato compagno di squadra per un misero decimo, un istante che sembra un’eternità (si dice che non ci sia un legame tra i fatti di Imola e la tragedia di Zolder, su questo c’è ancora un alone di mistero). E, forse, il nervosismo gli ha fatto prendere una distrazione che gli sarà fatale. Alla discesa del Terlambenbocht Villeneuve si trova di fronte la Arrows di Jochen Mass, suo ex compagno di squadra alla McLaren, con il quale si capisce male e percorrono entrambi la curva all’interno. L’impatto è devastante, la Ferrari del canadese irrompe sulla vettura di Mass; il contatto tra le ruote fa sollevare la rossa numero 27 che diventa una scheggia impazzita che compie una serie impressionante di tonneau, in un accumulo di rottami. E in questi rottami di ferro ci sono anche le cinture di Villeneuve, che si staccano e fanno volare il canadese verso le recinzioni. Arrivano i soccorsi, gli stessi piloti accorrono per aiutare i commissari e i medici, arriva anche Didier Pironi, che vede quello che stava accadendo e se ne va. Jody Scheckter chiama la moglie Joanna, a Montecarlo per la comunione della figlia, che in preda alla disperazione si precipita a Bruxelles, ma Mauro Piccinini è l’unico a crederci ancora, a pensare che Gilles tornerà a vivere e a lottare e chiama Gilles Bertrand (anche qui, singolare coincidenza). Ma anche il neurologo francese conferma cha diagnosi è infausta, la decelerazione di 27 G (ironia della sorte, ancora quel numero) aveva determinato la grave lesione del tronco encefalico. Così, la moglie Joanna acconsente a staccare le macchine che lo tenevano in vita. Ai box Ferrari il dolore è lacerante, ma a Didier Pironi viene comunque chiesto se vuole correre e lui risponde negativamente. La gara successiva il numero 27 viene ritirato, fino all’arrivo di Patrick Tambay. Ma Gilles fu lasciato solo, nessun pilota in attività partecipò alle sue esequie, solo Laffite, e nemmeno Enzo Ferrari riuscì a presentarsi.

Però, per un attimo torniamo a Gilles e Didi e a quella domanda: erano veramente nemici? Se Didi fosse stato un vero nemico di Gilles, non avrebbe chiamato il figlio con lo stesso nome, avrebbe corso quel maledetto Gran Premio, anche se a Imola, forse, avrebbe potuto comportarsi diversamente. Ma questo, forse, non voleva dire essere piloti, non voleva dire essere cavalieri del rischio, non significava essere compagni di squadra, leali fuori dalla pista e spietati non appena si abbassa la visiera. E ci piace ricordarli così, sempre in lotta tra di loro ma con la voglia di rendere immortale il mito Ferrari. E chissà se quel Gran Premio di San Marino fosse finito diversamente cosa sarebbe accaduto… Ma quello che resta è la pesantissima eredità di un pilota leggendario, che non ha solo fatto appassionare milioni di tifosi e fatto impazzire decine di piloti, avversari e compagni di squadra, ingegneri, meccanici direttori sportivi, giornalisti… sempre fedele a una sola missione e a un solo credo: correre per correre e, come direbbero i Metallica, nothing else matters… Scheckter disse che se Gilles potesse tornare a riprendersi in mano la sua vita avrebbe rifatto esattamente le stesse cose, che si riassumono in una, molto semplice. Forse troppo. Guidare per il puro piacere di guidare, dimostrando al mondo di essere il migliore a farlo, scrivendo grazie alla sua semplicità e al suo fare un po’ scanzonato e irridente pagine indelebili della storia di questo sport. E per ricordarlo usiamo le parole di Mauro Forghieri: “Lui voleva correre. Correva sempre. Gli dava piacere fisico farlo. Ovunque, comunque… Lo ricordo dopo le qualifiche di Anderstorp ’78. Eravamo in macchina io e lui. Per arrivare all’albergo dovevamo attraversare un bosco di betulle e lui inscenò una sorta di prova speciale di un rally: sempre in controsterzo a 180 km/h; io avevo una fifa boia mentre lui sorrideva“.

Salut Gilles

Cristian Buttazzoni
Cristian Buttazzoni
"Life is about passions. Thank you for sharing mine". (M. Schumacher) Una frase, una scelta di vita. Tutto simboleggiato da un numero, il 27 (rosso, ma non solo)

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